Storia del tailleur femminile un capo iconico simbolo di emancipazione. M.Vignali

Martedì, 19 Settembre 2017. 

 

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Chanel rivoluzionò le regole dell’abbigliamento dell’epoca. Giovane e ambiziosa, Coco Chanel nel 1917 reinventò completamente il tailleur privilegiando la comodità con la prospettiva di una linea più aderente al corpo, senza sottolineare il punto vita, giacca maschile dotata di ampie tasche e gonna diritta sotto al ginocchio. Il modello base del tailleur Chanel faceva capo alla funzionalità, prevedeva solo l’abbinamento con camicia rigorosamente bianca ed era lavorato in maglia, tweed, seta o velluto.

La sua storia d’amore con il tweed, nasce nel 1924 quando a Londra da Hug Grosvenor, secondo Duca di Westminster, scoprì i requisiti del tessuto, ma solo nel 1954 riuscì a realizzare quello che oggi è il marchio di fabbrica della Maison Chanel: il tailleur in tweed anni Cinquanta era composto da tre pezzi: giacca-cardigan impreziosita da orpelli come catene e bottoni dorati, gonna lunga fino al ginocchio e una camicia il cui tessuto era coordinato con quello interno del tailleur.

Quel rivoluzionario modo di intendere la silhouette femminile presagiva già l’immortalità stilistica del tailleur. Verrà indossato da molte donne tra cui Jacqueline Kennedy nel giorno in cui suo marito John Fitzgerald Kennedy verrà eletto presidente del governo americano: si macchierà di sangue a causa della sparatoria.

Nel 1947 Christian Dior lancia il suo tailleur Bar nell’ambito della prima collezione chiamata “Corolle”. Una figura femminile del tutto innovativa: niente spalle quadrate, tacchi ortopedici o gonne tese usate in tempo di guerra, periodo in cui donne ed uomini assomigliavano a soldati. Furono proprio gli anni bui del conflitto che scatenarono nel designer la voglia di rinnovamento, ricercata fra gli elementi tipici del passato: la bellezza scolpita, fatta di costrizioni come la guepiére, le stecche di balena, lo stringi vita e le fodere di tulle rigido in organza per sostenere i parecchi metri delle gonne plissé.  Simbolo della nascita del New Look, fu quello che oggi è il capo iconico della Maison Dior, anche se in quel periodo la rivoluzionaria Coco Chanel ritornò alla ribalta dopo la chiusura dei suoi atelier a causa della seconda guerra mondiale.

Coco inorridisce alla vista delle donne vestite con quell’angusto corpetto, ormai considerato anacronistico, non amava Dior e non definiva il New look un movimento stilistico innovativo ma un qualcosa che andava a ripescare elementi iconici dei tempi passati. Coco non lo apprezzava anche per il consumo dei tessuti visto che per realizzare la gonna servivano quasi 4 metri di stoffa. Difatti ricomincerà a riconsegnare quella libertà alle donne che stavano nuovamente abbandonando.

Si dice che in Francia in quel periodo convivevano due correnti stilistiche: le madamoiselle Chanel e le signore in Dior.

Saranno i famosi anni Settanta ad aprire il varco alle donne in carriera.

A portare sulla strada del successo il tailleur pantalone, fu Yves Saint Laurent che nel 1966 a lanciare lo smoking da donna indossato da Penelope Tree e fotografato da Richard Avedon anche lui andò a rubare nell’armadio da uomo la giacca da smoking, che come dice la parola inglese, era la giacca per il fumo. L’onda funky degli anni ‘70 rende però il tailleur pantalone meno serioso; le stampe abbondano e i materiali usati per realizzarlo sono prevalentemente velluto e patchwork. La seconda metà degli anni ‘70 vede un ritorno al passato nello stile del tailleur pantalone grazie a Giorgio Armani che porta la donna a riconsiderare l’abbigliamento maschile più classico. Il tailleur diventa il capo cult della Maison Armani, delineando così l’intenzione del couturier: portare sotto i riflettori una donna sicura del ruolo acquisito con fatica.

Il tailleur, non è solo un semplice capo d’abbigliamento, ma rappresenta un’emblema per l’emancipazione femminile. Donne forti e coraggiose che ancora oggi, a distanza di anni, possono indossarlo con fierezza e decisione in ufficio e nei posti di potere, anche se purtroppo la strada per le pari opportunità è ancora molto lunga. Mi domando per quanto tempo ancora dovrà essere così?

Michele Vignali.

L’articolo lo trovate anche nella sessione Vintag-Amarcord nel blog di Alvufashionstyle.

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Omaggio a Maria Callas: la divina di M.Vignali

Sabato, 16 Settembre 2017

 

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Donna straordinaria, Maria Callas rappresenta una figura chiave del Novecento. È considerata una tra le più grandi artiste di tutti i tempi. Icona di stile e personaggio amato in tutto il mondo per la sua incantevole voce, rappresenta un mito per tanti artisti, una fonte d’ispirazione per registi del calibro di Luchino Visconti. Secondo il compositore Leonard Bernstein, Maria Callas è: ‘’senza alcun dubbio la più grande cantante drammatica del nostro tempo’’.  Nella sua lunga carriera ha interpretato ruoli femminili in tanti melodrammi riuscendo sempre a dare il meglio di sé ed incarnare un mondo che non ha vissuto ma che ha messo in scena sui palchi più importanti di tutto il mondo.

La sua opera più bella è senza dubbio la sua voce che è stata la sua fortuna e il suo più grande successo. Tanti amori ma anche tanto dolore nella sua vita. È caduta e si è rialzata più volte dando sempre il meglio di sé.

Anna Maria Cecilia Sophia Kalos nasce il 2 dicembre del 1923 a New York da una famiglia colta di immigrati Greci. S’innamora della musica, ascoltando il soprano Rosa Ponselle e decide di studiare canto. Vince un concorso, incide un disco ma la strada resta in salita. Vive con i sui genitori sino al 1937 anno in cui si separano e lei va con la madre a vivere in Grecia dove non ancora sedicenne viene ammessa al Conservatorio di Atene grazie al fatto che anni prima aveva già preso diverse lezioni di musica e canto.

Successivamente, la sua voce, assume grandezza e magia. Una voce magnetica e unica. Finita la guerra nel 1947 con pochi soldi arriva nella bella Italia ed inizia a muovere i primi passi nel mondo della lirica. Da qui diventa Maria Callas. A Verona in quegli anni si innamora di un appassionato d’opera più grande di trentasette anni Giovanni Meneghini che sposserà nel 1949.

Nella vita privata copia alla lettera il look di Audrey Hepburn: trucco, abiti, acconciatura, tutto simile all’attrice di Vacanze Romane. E la stilista milanese Biki l’aiuta a perfezionare il suo stile. Sono anni che è scritturata dai più grandi maestri dell’Opera ma nel 1951 il Maestro Arturo Toscanini se ne innamora perdutamente e la fa debuttare alla Scala di Milano.

Qui incanta tutti e il suo successo diventa mondiale, le persone non si innamorano soltanto della sua voce ma anche delle sue interpretazioni e il suo modo garbato di approcciare con eleganza nei personaggi che interpreta e diventa così un tutt’unno dando vita ad una forma d’arte irresistibile.

Sono gli anni d’oro che le riconoscono il titolo della più grande Diva e Divina Maria Callas. Nel 1954 grazie ad una dieta perde trenta chili e con il suo nuovo fascino riesce a dare il meglio di sé. Tutto il mondo ne è estasiato, i teatri non sono mai stati così pieni e l’interesse verso l’opera lirica non è mai stato così esposto. La Callas diventa l’opera vivente di sé stessa e tutti ne sono innamorati come registi, fotografi e costumisti. Nel 1957 incontra a Venezia Aristotele Onassis durante un ricevimento. Nel 1959 mette fine al matrimonio con il marito Meneghini e poco dopo nasce l’amore con l’armatore greco Onassis che lei definirà ‘’ distruttivo, violento, passionale’’ fatto di amore sfrenato, sregolatezza e lusso.

Da questo amore nasce un figlio Omero che vivrà solo poche ore forse se fosse vissuto avrebbe potuto cambiare le sorti di questa storia d’amore. Il grande soprano cede a un momento di sconforto e declino psicologico che viene aggravato dalla scoperta del fatto che Aristotele Onassis si è unito con Jacqueline Kennedy.

Decide pertanto di ritirarsi dalle scene per un periodo, la sua voce perde smalto, disdice contratti, minata nel fisico e nell’animo. Sarà Pier Paolo Pasolini a donargli un’ancora di salvezza con il ruolo da protagonista nel film Medea che non ottiene però il successo sperato ma che grazie a questo decide di riprendere a cantare e fare le sue tournée in giro per il modo grazie a Giuseppe di Stefano che diventerà anche il suo ultimo grande amore. Si trasferisce a Parigi e si chiude in sé stessa ritirandosi dalle scene. Il 16 settembre del 1977 alla venerante età di Cinquantatre anni muore per arresto cardiaco.  Il mondo è triste, resta la sua grandezza di soprana che ha saputo dare voce ai più grandi melodrammi scritti da grandi compositori. Una divina che ha avuto successo, fama, ricchezza, bellezza ma non ha mai avuto un vero e proprio amore.

Molto spesso mi sembra che chi ha donato agli altri abbia ricevuto ben poco. Ancora oggi Maria Callas è una diva senza tempo che tutti amiamo e cerchiamo di emulare, la sua voce risuona ancora in noi e riempie il grande vuoto che ci ha lasciato.

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L’articolo lo trovate anche nella sessione Vintage-Amarcord di Alvufashionstyle

Di Michele Vignali.

Cosa Penso del nuovo Vogue Italia. M.Vignali.

Lunedì, 11 Settembre 2017.

Vogue Il bacio settembre 2017

‘’ Se la moda fosse una Religione Vogue sarebbe la bibbia’’ questa è una delle citazioni che si legge sempre di più quando si parla di una rivista come Vogue Italia o di tutte le altre redazioni legate a Vogue.

Nella storia dell’editoria, Vogue è emblema di eleganza e manuale perfetto per una vera icona di stile che si voglia essere o imitare. Il linguaggio della moda, i dettami e le tendenze più importanti erano stampate sulle pagine patinate e tirate a lucido che ritraevano modelle in posizioni plastiche, immortalate come perfette mannequin, indossando abiti da sogno di grandi firme della moda italiana ed internazionale.

Anche io ho imparato a distinguere a sette anni le giacche di Chanel da quelle di Armani grazie a Vogue. A undici, cominciavo a comprendere il linguaggio tecnico e creativo della rivista. Vogue Italia nasce ufficialmente nel 1966 e viene diretta sino al 1988 da Franco Sartori, alla sua morte, viene nominata Franca Sozzani che ne cambia il taglio facendolo diventare un mensile di punta, curato, ricercato con articoli e immagini  di grandi fotografi internazionali.

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Franca Sozzani lo dirige sino alla sua prematura morte nel dicembre 2016 a causa di una malattia. Il recente documentario Chaos and Creation, il film diretto da Francesco Carrozzini, ad oggi, rappresenta un ritratto intimo della madre, un capolavoro che descrive il rapporto a volte difficile e sfuggente, tra una madre di successo e un figlio ma che documenta anche, attraverso le interviste dei più grandi nomi della moda, la sua vita e il suo impegno professionale e nella beneficienza. Sarà visibile nelle sale dal lunedì 25 settembre a mercoledì 27 settembre, grazie a M2 Pictures.

Dopo la sua morte si sono fatti tanti nomi sui papabili direttori che avrebbero preso il suo posto sino alla nomina di Emanuele Farneti ex direttore di GQ Italia, giovane, intraprendente, rivoluzionario e innovativo. Penso che per Farneti arrivare dopo tanti anni di lavoro a sostituire una donna forte, ponderata, battagliera e moderna come una delle ultime signore della moda non sia stato facile.

Ma come si dice molto spesso ‘’ la vita va avanti ‘’ e se l’anima e il cuore di Franca Sozzani aleggiano ancora nei corridoi della rivista e nei numeri di Vogue stampati sino a giugno a ora, è tempo di far vedere il lavoro di Farneti.

Molti hanno gridato allo scandalo dicendo che è un rivoluzionario, che ha cambiato troppo la rivista io invece dico ‘’Benvenuto e Grazie’’. La rivista e le immagini risultano più chiare, vivide e lineari. Il colore ha una vivacità dal sapore antico ma allo stesso tempo moderno.

 

 

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Torna l’editoriale del direttore, una pagina che da anni non si vedeva più e ancora gli articoli che trattano di tendenze con immagini artistiche. I testi degli articoli risultano comprensibili anche ai comuni mortali. Così, che le immagini possano sostenere lo scritto e trascorrere ore in perfetta compagnia della moda.

Il numero di settembre per me è uno dei numeri più belli che io abbia mai letto in questi ultimi anni. Penso che il tornare alle origini non sia sempre sbagliato a volte è fondamentale per amare quello che abbiamo dimenticato. Capisco che le persone non si appassionino più alla lettura come una volta, ancora meno se si tratta di carta stampata ma certe volte passi in edicola e ti dimentichi anche di quello che volevi comprare perché ti manca quella voglia di vedere e scoprire, insomma,viene meno quel pizzico di curiosità.

Vogue a mio parere ha detto tanto ma ha ancora tanto da dire. È una vera e propria guida dello stile, che la Nostra Italia può orgogliosamente mostrare al mondo grazie al made in italy, alle grandi firme e a un gruppo di stilisti emergenti che hanno ancora tanto da raccontare. Per questo volevo augurare buon lavoro al nuovo direttore con l’augurio che possa continuare a sorprenderci raccontando quello che nella moda di più bello c’è.

Michele Vignali.

 

Ecco perché la polemica social sul look di Elkann non ha senso. M.Vignali

Lunedì, 4 Settembre 2017 

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Ecco perché la polemica social sul look di Elkann non ha senso…

In questi giorni, si sta svolgendo il Festival del Cinema di Venezia, un evento di risonanza mondiale. Negli ultimi anni si assiste alla manifestazione sempre più attraverso i social e le notizie, che volano in tempo reale per commentare i look dei vip che sfilano sulla laguna o sul red carpet. La 74esima edizione del Festival del Cinema ha ospitato venerdì sera il premio Franca Sozzani Award in onore della direttrice di Vogue Italia Franca Sozzani scomparsa lo scorso anno a dicembre, lasciando tutti increduli e sconcertati, con un vuoto che non sarà mai riempito. Il documentario Franca: “Chaos and Creation” girato dal figlio, Francesco Carrozzini sarà visibile a tutti al cinema dal 25 al 27 settembre. Un evento da non perdere! (leggi qui e guarda il trailer)  In occasione dell’evento a Venezia hanno sfilato personaggi del mondo della moda, star del cinema, modelle e icone senza tempo. Tra questi, anche Lapo Elkann, grande amico della direttrice, più volte presente su Vogue Italia e l’Uomo Vogue.

Lapo Elkann personaggio controverso, un po’sopra le righe, è stato sempre attaccato e criticato dalla stampa per il suo modo di vivere, reo forse, di mostrarsi per quello che è senza pensare troppo al giudizio degli altri. Elkann è arrivato sulla passerella dell’evento con un completo da smoking in marrone e revers nero appuntito, abbinato a una camicia bianca senza cravatta, con sotto le pump maschili con fiocco, perfette per il look.  Dal piglio anticonformista, Lapo, si è presentato senza calze ma comunque perfetto, elegante e con grande portamento. Inoltre è risaputo che Elkann è un grande estimatore degli abiti dell’avvocato Agnelli e inoltre il colore marrone non è poi così semplice da indossare, insomma, non è proprio da tutti.

Ma arriviamo al motivo perché io sto con Lapo Elkann e non con tutto quel gruppo che lo ha criticato, offeso, deriso sui social e sulle pagine dei quotidiani con titolo ‘’ Lapo Elkann a Venezia ci va con le ballerine’’ da IL Giornale.

Io non ci sto, non sono di questo parere. Non critico il lavoro, ma il concetto. Ci tengo a precisare e ripercorrere la storia di queste calzature iconiche, estremamente eleganti e raffinate, che sono state calzate ai piedi da persone illustri: poeti esteti, dandy, attori del cinema senza mai essere messe sotto accusa e criticate.

VENICE, ITALY - SEPTEMBER 01: Lapo Elkann attends the The 1st Franca Sozzani Award during the 74th Venice Film Festival at Sala Giardino on September 1, 2017 in Venice, Italy. (Photo by Ernesto Ruscio/Getty Images)

Le scarpe iconiche da smoking nascono come scarpe maschili nel Seicento alla corte del Monarca Luigi XIV 1661-1715 con la tomaia decorata da pietre, fiocchi e merletto.

Avevano il tacco rosso quale simbolo di appartenenza alla classe sociale aristocratica. Potevano essere di pelle bianca, nera, marrone ma anche in pregiate stoffe lavorate e raffinate. Il tacco serviva per slanciare e alzare la persona e favorivano un portamento adeguato alla posizione sociale occupata.

La storia continua e la forma rimane sempre più o meno quella e si accorcia solo la tomaia superiore diventando più tonda, con meno fronzoli e pietre preziose. Nella seconda metà dell’Ottocento questa scarpa diventa l’emblema di eleganza per la sera e viene calzata da personaggi importanti. In Italia il poeta Gabriele D’Annunzio le ha indossate ai suoi piedi per molto tempo, realizzate interamente a mano con riferimenti alla cultura antica. Poi nei primi anni del Novecento vengono indossate sotto completi eleganti per la sera in vernice nera e fiocchetti neri o a contrasto bianco.

Se Pensiamo alla scarpa originaria del 1600 ci accorgiamo che alcuni dettagli come il rosso del tacco viene inserito nella suola della scarpa di Louboutin, i dettagli di applicazioni con vetri colorati e preziosi sono stati sostituiti da semplici borchie pungenti e più aggressive. Abbiamo così dato dimostrazione di quanto la moda va a ripescare nel passato per creare e reinterpretare look nuovi. Quelle di Elkann sono un perfetto esempio su come riuscire a coniugare passato e presente, indossandole con disinvoltura, gusto e portamento.  Quindi, vi prego, la prossima volta, malignità e i titoli incisivi lasciateli nel cassetto!

Michele Vignali.

L’articolo lo trovate anche nella sessione Vintage-Amarcord del blog di Alvufashionstyle

Mostra del Cinema di Venezia: Vittorio Camaiani e Marina Ripa di Meana. M.Vignali

Venerdì, 1 Settembre 2017 

 

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La bellezza che sa creare altra bellezza.

La creazione di un’ opera d’arte è un processo sempre più o meno simile. Il creativo, che sia un pittore, stilista o scultore compie più o meno le medesime gestualità per dare vita ad una forma d’arte che possa trasmettere emozioni e colpire al cuore di chi guarda.

 

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Chiudiamo gli occhi e immaginiamoci nello studio di un couturier, che si trova come un pittore davanti ad una tela bianca, a creare un figurino di un abito per la sua musa. Immaginiamoci che le vesti del pittore-couturier siano indossate dallo stilista Marchigiano Vittorio Camaiani e quelle della musa da Marina Ripa di Meana. Pensiamoli insieme, nello studio dello stilista: lui è seduto al tavolo dinnanzi ad un foglio bianco, la sua musa  seduta in lontananza. Lo stilista si  concentra dedicandosi alla sua arte creativa:pensa, schizza, idealizza, cancella, ridisegna ed infine… ecco l’abito perfetto, raffinato, seducente, etereo che rappresenta al meglio una donna che ha attraversato la seconda Repubblica al disopra delle righe ma sempre con la sua prorompente personalità di donna che ha rappresentato un mondo in cambiamento, di battaglie fatte per le pellicce, i tumori, l’ambiente e i suoi ideali.  Quello che lega lo stilista alla sua musa è l’amicizia ma anche un rapporto di influenze artistiche e di capacità creative dato che anche Marina Ripa di Meana è stata una stilista.

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Ci sono quelle opere d’arte che si possono ammirare solo nei musei ma ci sono casi come questi che ci permettono di vedere l’abito-opera  etereo portato con grande disinvoltura sul red carpet più importante del nostro panorama culturale italiano. Marina Ripa di Meana indossa un outfit d’alta moda raffinato, soave e sognate che fa parte della collezione Autunno-Inverno 2017-18 dal titolo Collezione a Marrakech dedicata alle memorie dello Stilista  YSL.  È tutta unicità cucita in un abito, realizzata minuziosamente come una miniatura.  Lo sfondo di quest’opera in movimento è la città di Venezia che fa riflettere il tramonto sulla laguna, entrare i raggi di luce potente tra le calle a significare che il cinema, l’arte , la bellezza e l’incanto saranno sempre salvaguardati da un raggio di sole che saprà sempre donarci bellezza, calore e unicità. La creatività di Camaiani sta alla grandezza della città di Roma che non è stata costruita in un giorno e che a distanza di anni riesce sempre ad essere eterna e seducente. La sua bellezza creativa potrebbe essere anche raccontata con le immagini celebri del mondo incantato e raffinato del film la Dolce Vita di Federico Fellini. Per anni le dive dell’epoca ma anche le persone comuni hanno cercato sempre di imitare la decadenza creativa e costruttiva di un mondo che ha voglia di continuare a raccontare bellezza e unicità. L’abito, il personaggio sopra o sotto le righe riescono a raccontare una storia unica.

Michele Vignali

Lady Diana: il dolce ricordo della “Rosa d’Inghilterra” a cura di M.Vignali

Giovedì, 31 Agosto 2017. 

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Quando penso alla storia tra Lady Diana e Carlo D’Inghilterra mi viene in mente una delle tante favole a lieto fine in cui la Principessa sposa il suo adorato Principe Azzurro. Ed è stato proprio così, nonostante tutte le vicissitudini, Lady D. ha affrontato l’antagonista Camilla Parker Bowles, paparazzi e rigidi protocolli reali solo per amore.

Tra i tanti riconoscimenti, si annovera quello di essere stata amata dal suo popolo e sicuramente anche di avere messo al mondo due figli che l’anno sempre ricordata con grande affetto.  È stata per tutte le giovani dell’epoca un’icona e musa da imitare ma ancora oggi a distanza di vent’anni dalla sua morte è per tutti noi la grande Principessa Del Popolo, faro di luce nel cuore di tutto il mondo. Ricordiamo la sua storia.

Diana Frances Mountbatten-Windsor Spencer nasce a Parkhouse, nei pressi della residenza reale di Sadringham, il 1° luglio 1961, figlia di Edward Spencer, Visconte Althorp. Diana, ha un fratello, Charles e due sorelle Sarah e Jane. Già dalla prima infanzia subisce un trauma, come lo definisco i molti biografi:  la madre Lady Frances Bounke Roche lascia la famiglia quando Diana ha solo sei anni per andare a vivere con un facoltoso proprietario terriero Peter Shaud Kidd.  Diana sino ai dodici anni prende un periodo di educazione privata poi viene iscritta alla scuola secondaria presso l’istituto di West Heoth nel Kent; dopo poco lascia l’amata residenza di Parkhouse e si trasferisce nel castello di Althorp, nella contea del Northamptonshire, nel cinquecentesco magione storico.

La favola inizia con il primo incontro ufficiale fra Diana e il suo futuro marito che avviene quando lei ha sedici anni, in una cena in onore della visita della regina di Norvegia. Anche se i due si conoscevano già dall’infanzia in quanto le due famiglie si frequentavano da tempo. I biografi raccontano che Carlo la trattava da sorellina perchè lei aveva tredici anni meno di lui, allo stesso tempo in diverse biografie si allude ad un flirt di Carlo con la sorella Sarah. Infine si dice anche che Diana fosse innamorata fin da piccola del principe Andrea fratello del principe Carlo.

Frequenta per un breve periodo un collegio svizzero ma ne viene allontanata per scarso rendimento anche se lei primeggia solo negli sport: nuoto, tennis e hockey. Infine, si trasferisce a Londra, in un appartamento di Coleherm Court che divide con altre ragazze conducendo una vita molto normale, fa piccoli lavoretti come babysitter, cameriera, insegnante di bambini dell’asilo sotto casa.

 

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Per quanto riguarda invece il corteggiamento tra Carlo e Camilla, ci sono diverse versioni, secondo alcune sarebbe stato lui, addirittura consigliato da Camilla, a sceglierla come madre e sposa ideale: giovane, ben educata, ingenua quanto basta anche per sopportare il tradimento con Camilla. Secondo altri, invece, sarebbe stata lei a cercare a ogni costo di conquistarsi un partito regale. Quest’ultima versione assomiglia di più a quella che lega William e Kate.

La favola però inizia a tingersi di antiprotagonisti e malignità quando il Sunday Mirror pubblica in prima pagina i particolari di un incontro avvenuto nel novembre 1980, sul treno adibito al trasporto della famiglia reale.  Stando al gossip, nell’ articolo si legge che il treno sarebbe stato fatto sostare da Carlo per un’intera notte su un binario morto, in aperta campagna. Si vocifera che occorse l’intervento di un ginecologo affinchè esaminasse Diana dichiarandola vergine per sopire lo scandalo e arrivare al matrimonio.

La futura regina, infatti, deve essere illibata e questo avrebbe impedito a Carlo di sposare, la mai obliata, Camilla. Il matrimonio che consacra Diana come Sua Altezza Reale Principessa di Galles e futura Regina d’Inghilterra, si celebra il 29 luglio 1981 nella cattedrale di St. Paul ed è un evento mediatico trasmesso in diretta televisiva in tutto il mondo e seguito da 800 milioni di spettatori. Alle nozze sono stati invitati sovrani, capi di stato e il jet internazionale; lungo il percorso della carrozza reale si accalcano, quasi due milioni di persone. I record si sprecano: 100 chili, il peso della torta; 300 milioni di lire solo per gli addobbi floreali, 125 miliardi di lire il costo complessivo. Un po’ criticato il vestito, rigorosamente Made in England, in taffettà di seta, ma anch’esso da Guinnes: 10 sottogonne e 7 metri di velo tempestato di paillettes di madreperla e decorato con rari pizzi antichi. L’abito di nozze disegnato da David ed Elizabeth Emanuel ha lasciato molti gentilmente sbalorditi per la somiglianza con una meringa.

Gli stilisti lo hanno definito “un abito destinato a passare alla storia, ma creato secondo il gusto di Diana”. Una rivelazione inquietante che spiega certe cadute di stile degli anni Ottanta, quando cercava di conciliare le regole di Palazzo con il desiderio di apparire alla moda.

Da quel momento in poi si sviluppa un’altra lunga storia che ricopre pagine di giornali, rotocalchi e gossip. Dopo il matrimonio inizia ad occuparsi di impegni e ruoli ufficiali verso il titolo di icona di stile e principessa del popolo. Per molto tempo è stata vestita con abiti e completi goffi dai colori carichi, giacche con spallotti e cappelli esageratamente grandi. Verso la fine degli anni Ottanta arriva l’amicizia con due stilisti italiani come Gianfranco Ferrè e Gianni Versace. Entrambi l’hanno amata, desiderata e valorizzata a seconda del loro stile e fascino. Ferrè in quel periodo oltre a disegnare la sua linea si occupava di creare la linea Dior nel 1989 e le dedicherà l’iconica borsa ‘’ Lady D’’ n occasione di una sua visita a Parigi. Versace la veste e l’accoglie nel suo atelier Milanese dove la ascolta e la coccola perché quelli sono anni terribili per lei a causa della fine del matrimonio con il principe D’Inghilterra e tutti i fotografi puntano su di lei.

Gianni Versace la valorizza con abiti più corti, tubini dalle tinte tenui e con tunichette sapientemente scollate e aderenti. La sua triste morte arriva all’improvviso in una calda sera d’estate il 31 agosto del 1997 a Parigi sotto il tunnel del Pont de l’Alma a Parigi, insieme al suo compagno Dodi Al-Fayed, quando la loro Mercedes assediata dai paparazzi, guidata dall’autista Henri Paul, si infrange contro il tredicesimo pilastro della galleria.

In quel frangente, tutto si ferma. Il mondo della musica, dell’arte, della moda insieme alla gente comune, si chiude in un cordoglio universale senza pari e piange ancora incredulo, la morte dell’amata Diana, tra le note di “Candle in the wind” scritta dall’amico e noto cantante Elton John.

Vent’anni senza Diana, senza il suo sorriso e la sua immagine di icona di stile. Chissà oggi cosa avrebbe pensato nel vedere i suoi figli crescere, sposarsi e avere dei nipoti. Come sarebbe stato il rapporto con Kate?

Ma soprattutto quante campagne solidali avrebbe ancora sostenuto? Lady D. resterà indelebile nei nostri cuori, forse anche perché rappresenta quell’animo nobile che ci fa comprendere che a nulla servono i titoli reali quando si è umili e si ama davvero. Addio Rosa d’Inghilterra. Goodbye England’s Rose.

‘’Se trovi qualcuno da amare nella tua vita, allora aggrappati a quell’amore’’ Lady Diana.

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Michele Vignali.

L’articolo lo trovate anche in Vintage-Amarcord nel blog di Alvufashionstyle

Intervista a Davide Grillo: giovane promessa della moda italiana. M.Vignali.

Martedì, 1 Agosto 2017.

Davide Grillo stilista

Davide Grillo è una giovane promessa della moda italiana, Michele Vignali lo ha incontrato per un’intervista.

Davide Grillo è dotato di una fervida passione e di una spiccata sensibilità estetica, diventa stilista, seguendo un percorso di studi davvero notevole.  Inizia la sua formazione presso l’Istituto per l’Artigianato della Moda di Parma. Successivamente, si specializza presso il prestigioso Central Saint Martins College of Arts and Design di Londra e Nafa Fur Studio di Toronto.

Nel 2010 partecipa al concorso “Emozioni di Ponza” in collaborazione con Anna Fendi. Nel 2011, vince il premio speciale giovane stilista, al concorso “Riccione Moda Italia”, con una collezione ispirata alle donne di Boldini. Si diploma con lode ed inizia a lavorare come designer per il brand Pinko, per quattro anni.

Nel 2012, frequenta il corso serale in fashion design presso l’Istituto Europeo di Design di Milano terminandolo con successo, con una collezione sulle delicate e sofisticate porcellane di Meissen e all’alchimia della loro realizzazione.

Nel 2014 viene selezionato tra i vincitori di Next Generation portando con successo la sua collezione F/W 14-15 ispirata dalle visioni oniriche di una leggenda indiana sulle passerelle di Milano Moda Donna. Dopo una esperienza in Dolce&Gabbana Alta moda.

Nel 2016 fonda il proprio brand, puntando su un’esclusiva “poetica artigiana” delle lavorazioni tradizionali e con il conseguente lancio della prima collezione SS 2017 a settembre.  A luglio, sfila con la sua ultima collezione a Whois on next? Progetto di Fashion Scouting ideato e realizzato da Altaroma in collaborazione con Vogue Italia.

Davide Grillo, giovane talento della moda italiana, si contraddistingue per la sua essenza creativa, che appare leggera e soave. Le collezioni traggono ispirazione dall’arte e dalla letteratura ed evocano un concetto di donna libera e seducente. La cifra stilistica misura un grande potenziale, in continua ascesa e con fervida passione, interpreta il futuro e le nuove tecnologie mixandolo alla tradizione tipicamente italiana dell’alta sartoria degli Atelier.

Ora vi lascio alla mia intervista.

  • Come è nata la passione per la moda?

Tanto tempo fa! Ormai non ricordo più il momento specifico in cui è nata. Probabilmente, sono sempre stato un sognatore e creare collezioni è solo il veicolo per farlo.

  • Raccontaci il tuo processo creativo, a cosa ti ispiri e da cosa ti lasci influenzare.

Dipende, è abbastanza eclettico. A volte traggo ispirazione da una mostra, un libro, un oggetto. Ma questo è solo l’inizio. Poi da lì la mia mente rielabora, ricrea piccoli mondi fantastici dove le donne sono protagoniste.

  • Cosa ti ha spinto a partecipare prima al Progetto Next Generation di Camera Nazionale della Moda Italiana e successivamente a Who is on next?

Divertirmi! Per fortuna amo il mio lavoro! Anzi, non è un lavoro ma una passione che ad un certo punto si è trasformata in tutto questo. Next Generation e WhoIsOnNext? Sono state due grandi opportunità per portare alla luce, con una sfilata, un mio progetto e una mia visione di donna. Sono esperienze uniche e irripetibili, che ti permettono di conoscere persone e colleghi che vivono il tuo stesso percorso. Anche il raffronto e la vetrina con la giuria sono delle esperienze pazzesche! Quando sei un giovane designer non capita tutti i giorni di parlare con Suzy Menkes e altre 30 personalità fra le più influenti nel mondo della moda. Il confronto con questi professionisti ti fa crescere sia a livello personale che lavorativo in maniera esponenziale.

  • Abbiamo visto sfilare la tua collezione proprio durante il prestigioso contest Wion2017 ideato e realizzato da AltaRoma in collaborazione con Vogue Italia. A cosa ti sei ispirato?

La SS 2018 è la COLLEZIONE 3. Il nome è “CUORE SPEZZATO”. La collezione è molto intima e personale perché rispecchia i miei stati d’animo e i miei vissuti. Il nome “CUORE SPEZZATO”, è solo il principio di un’ispirazione, mentre il vero focus è sulla rinascita. I colori sono energici e potenti, a protezione, come incantesimi curatori del proprio cuore infranto. Delicata Ametista per proteggere l’anima, vivido Fuxia per trasmettere vita, palette di Verdi per donare energia e speranza, intensi Blu per ristabilire la serenità della mente. L’intenzione era quella di trasmettere un’energia vibrante e un dinamismo che possa proiettare verso il futuro. Un vibe grunge di bellezza effortless pervade il romanticismo femminile con un senso di comfort e loosness. Cardigan e maglie oversized da uomo sono appoggiate su delicati ed evanescenti abiti leggeri dai colori diafani, che si illuminano di colori pieni e vibranti. Antiche figure di donne solcano il tempo fra questi due mondi con vesti come talismani per canalizzare buoni auspici.

  • Cosa pensi dei Social Network? Sono indispensabili per farsi conoscere e raggiungere il grande pubblico?

Assolutamente! Sono una vetrina cruciale per comunicare la visione del Brand in modo assolutamente personale. Il messaggio che c’è dietro ogni abito è raggiungibile da tutti come il sapore della donna che li andrà ad indossare.

  • Quali sono le difficoltà maggiori che un giovane talento deve affrontare per potersi affermare in questo settore?

Purtroppo, di base, è un problema economico. Per lanciare una collezione, in modo serio, il budget da investire non è assolutamente indifferente, anzi, è molto importante.

  • Se dovessi vestire una diva del passato e un’influencer del presente, chi vorresti che fosse e perché?

Mi sarebbe piaciuto vestire Isadora Duncan, Madalein Castaing e molte altre, muse ispiratrici di bellezza nel mondo e assolutamente Caterina de’ Medici. Madre della Haute Couture francese!  Tra le donne contemporanee, più che un’influencer, credo che mi rappresenti di più: qualcuno che attraverso le proprie doti possa donare al mondo qualcosa di emozionante e vibrante.  Ho sempre avuto un’ossessione estetica per la cantante Birdy. La sua voce, spesso, è la base evocativa, colonna sonora del mio lavoro. (Rigorosamente mixata fra bipolarismi di Mina, Patti, Nada, Dalida, Callas, gaga, Beyoncé e Bjork).

  • Progetti per il futuro?

I progetti sono tantissimi quindi vediamo! E teniamo le dita super incrociate. A settembre per Milano Fashion Week vi aspetto a Palazzo Morando con Vogue Talents di Vogue Italia.

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Michele Vignali.

L’intervista la trovate anche in Alvufashionstyle nella sessione Vintage-Amracord