Addio a Laura Biagiotti signora della moda italiana. M.Vignali.

Venerdì, 25 Maggio 2017

Laura-biagiotti-Giornalettismo.jpg

 

 

 

Spero di riuscire a trovare le parole per poter ricordare nel modo migliore Laura Biagiotti, una grande donna, dotata di una spiccata sensibilità estetica e pioniera di tendenze. Non ero legato a lei in prima persona ma il suo modo di creare, la sua arte, i suoi abiti, che ho avuto modo di toccare con mano, hanno lasciato in me un segno indelebile.  Ricordo sempre con molto piacere che le mie zie Romane indossavano questi meravigliosi e candidi capi di cashmere in Bianco Biagiotti.

Laura nasce a Roma il quattro agosto del 1943, da piccola amava creare abiti con piccoli scampoli di tessuti. Successivamente, finiti gli studi e dopo aver conseguito una laurea in archeologia, ancora giovanissima firma la sua prima collezione di Prèt-A-Porter per lo stilista Romano Emilio Schuberty nel 1966 in quella Roma fatta di grandi sarti manifatturieri e quella Hollywood americana che frequentava Cinecittà.

Negli anni Settanta collabora con altre due firme importanti della moda italiana Roberto Capucci e Rocco Barocco.  L’anno di svolta per la signora Biagiotti è il 1972 quando fonda la sua omonima azienda, oltre alla fondazione presenta a Firenze la sfilata a Palazzo Pitti con la sua prima collezione di moda femminile portando, all’attenzione della stampa italiana ed internazionale, il suo stile elegante, semplice e sartoriale.

Questo negli anni diventa uno stile riconoscibile da tutti e distinguibile in tutto il mondo. Qualche anno più tardi il New York Times la definirà “la regina del cashmere” poiché aveva saputo trasformare questa preziosa fibra in abiti contemporanei e cool, sofisticati ma al tempo stesso easy, anticipando di decenni la tendenza “athleisure”, oggi trend forte su tutte le passerelle.

È stata la prima stilista a presentare le tute di cashmere sulle passerelle e farle conoscere alle sue clienti come un capo estremamente elegante e cool da portare in diverse occasioni. Inoltre Laura Biagiotti è famosa per l’utilizzo dei colori e maestra del non colore come il bianco definito da tutti Bianco Biagiotti, portato con cura e raffinatezza dell’Etoile Carla Fracci. Oltre ad avere una passione per la moda era anche collezionista e amante dell’arte Futurista soprattutto del pittore Italiano Giacomo Balla. La sua è una ricca collezione di opere d’arte futuriste che l’hanno contraddistinta nel settore ma anche nella moda portandola così ad inserire quadri, colori e forme dinamiche, dirompenti nelle sule collezioni, creando così un contrasto forte tra il bianco e i mille colori del futurismo.

Delle opere dell’artista Giacomo Balla fondatore nel settembre del 1914 del ‘’manifesto del vestito antineutrale‘’, Biagiotti si occupava anche di opere tessili come progetti e disegni per cravatte, scarpe, borsette, ventagli, foulard, sciarpe, maglioni e tessuti, oltre che per i rarissimi abiti futuristi creati da Balla tra cui i celeberrimi e rarissimi gilet dipinti a mano dalla moglie delle figlie.

Nella sua lunga carriera è stata una delle prime stiliste a comprendere l’importanza di un successo, anche oltre i confini, essendo così una delle prime donne a sfilare in Cina nel 1988 idea nata dopo un viaggio di lavoro in Giappone nel 1987 e in Russia nel 1995, Paese dove aprì subito una sofisticatissima boutique.

In un’intervista Laura dichiarò: “Dopo la sfilata al Cremlino, mi hanno definito la Signora in Russo‘’.  Successivamente, fu nominata Cavaliere del Lavoro nel 1995 e Donna dell’Anno a New York nel 1992. La signora del cashmere è stata una delle prime a capire l’importanza di diventare mecenati della arte e restaurare così pezzi della nostra storia artistica e culturale, dobbiamo ringraziarla per averci lasciato dopo tanti restauri: il Teatro La Fenice di Venezia e la scalinata di Michelangelo al Campidoglio per il Giubileo dell’anno 2000, sostenuto grazie alla vendita del omonimo profumo di successo Roma. Ed è proprio nei dintorni della Città Eterna, precisamente nel Castello di Guidonia, già Castello di Marco Simone, da lei riportato agli antichi splendori, è diventato la sua residenza, oltre che sede dell’azienda.

Questa è stata la sua grande carriera molto spesso fatta in sordina e con pochi riconoscimenti da chi di dovere però lei è sempre stata felice di essere ricordata come sarta e non come grande imprenditrice del Made in Italy, e del pret-à-porter de luxe. A dimostrare il suo rapporto passionale verso la sartoria, merita menzione il simbolo portato al collo con orgoglio: un paio di forbici da sarta legati ad un metro, suo inconfondibile biglietto da visita.

L’azienda omonima verrà portata avanti con amore e dedizione dell’inseparabile figlia Lavinia a cui vanno tutti i miei migliori auguri e successi.

Ciao Laura insegna agli angeli a sorridere come hai sempre fatto tu.

Michele Vignali.

L’articolo lo trovate anche nella Sessione Vintage-Amarcord di Alvufashionstyle

#LovyFighters: la campagna contro la violenza sulle donne firmata Trussardi. M.vignali

Giovedì, 18 Maggio 2017.

 

cover-Michele-Vignali

Si chiama #Lovyfighters la campagna di sensibilizzazione promossa contro la violenza sulle donne. Trussardi firma la Lovy Bag.

‘’Ricorda di disobbedire perché è vietato Morire’’. Recita così una delle strofe del brano “Vietato Morire” di Ermal Metal presentato durante l’ultima edizione del Festival di Sanremo.  Sono parole toccanti e credo che si adattino perfettamente al Progetto lanciato da Trussardi in collaborazione con l’Associazione Doppia Difesa creata da Michelle Hunziker insieme all’avvocato Guglia Buongiorno per combattere la violenza di genere.

Il tema è ancora purtroppo molto attuale ed è un bene che se ne continui a parlare attraverso campagne di sensibilizzazione e prevenzione. La violenza sulle donne è un problema generale che colpisce indistintamente sempre più il genere femminile di ogni età e in ogni parte del mondo.

In un momento cruciale come questo, la Lovy Bag travalica i limiti di un semplice accessorio di moda per trasformarsi in un simbolo di lotta, supporto e sensibilizzazione. Non a caso, il progetto, si intitola #LovyFighters e chiama a raccolta digital influencers e personalità del mondo dello spettacolo ad ascoltare “Storie di vita reale” di donne provenienti da tutto il mondo che hanno subito violenza ma sostenute e aiutate da Doppia Difesa in un’attività virale e significativa.

I partecipanti all’iniziativa sono stati tutti immortalati dal celebre fotografo Julian Hargreaves indossando la T-shirt con logo #LovyFighters, invitandoli a postarla sui propri canali social per creare “buzz” e fare da cassa di risonanza all’attività di sensibilizzazione.

Prime fra tutte le stesse protagoniste della campagna Michelle Hunziker, Giulia Bongiorno, Gaia e Tomaso Trussardi. Al progetto hanno aderito altri personaggi dello spettacolo come: Ambra Angiolini, Silvia Toffanin, Alvin, Cristina Parodi, Filippa Lagerback, Raoul Bova e Giorgio Chiellini solo per citarne alcuni.

Per questo motivo ho deciso anche io di sostenere questo progetto perché la causa è molto importante ed anche perché la moda può essere anche uno strumento di comunicazione importantissimo, facilmente condivisibile da tutti. Una semplice t-shirt stampata con logo, può trasformarsi in un iconico indumento per arrivare direttamente alla gente comune e veicolare messaggi nobili e ideali come quello contro la violenza sulle donne.

Viva l’amore!! Impariamo a donare rose e non spine

Michele Vignali.

 

L’articolo lo trovate nella sessione Vintage-Amarcord nel blog di Alvufashionstyle.

Lutezia Gioielli: intervista al duo creativo a cura di M.Vignali

Mercoledì, 26 Aprile 2017. 

image-007-888x1024

Oggi condivido volentieri con voi la mia intervista a Lutezia Gioielli: duo creativo femminile capitanato da Francesca e Federica che con amore, passione, ricerca, realizzano delle meravigliose creazioni di gioielleria, vere e proprie opere d’arte da indossare.

I gioielli ci rappresentano e definiscono la nostra personalità. Quelli di Lutezia, che ho potuto toccare con mano, al Parma Vintage e durante l’evento Vogue Gioiello a Milano, trasmettono un fascino particolare e una tale attrazione da volerli possedere tutti. Sono così desiderabili, che ogni donna, potrebbe immedesimarsi in una “Signora dei Salotti” quale è stata l’immensa Marta Marzotto che dei suoi gioielli ne ha fatto un biglietto da visita sui suoi meravigliosi Kaftani.

Lascio dunque la parola a Lutezia: storia d’amore tra donne e gioielli.

Quando e come è nata l’idea di creare il marchio Lutezia Gioielli?

L’idea di creare il marchio Lutezia nasce nel 2011. Fin da piccole ci divertivamo ad indossare i gioielli della mamma e in tante foto appariamo con collane e bracciali. A Natale o nelle occasioni speciali non c’era dono più apprezzato di un bracciale, una collana o un anello. Negli anni dell’università ci siamo avvicinate sempre di più al mondo della mineralogia e successivamente abbiamo iniziato a creare piccoli monili per noi, la nostra famiglia e le nostre amiche che hanno sempre apprezzato molto, così abbiamo pensato di tramutare la nostra passione in lavoro.

Il nome Lutezia che origini ha?

Abbiamo scelto il nome Lutezia perchè volevamo un nome che risaltasse la nostra unicità e ricercatezza. Infatti è il femminile di Lutezio: un elemento metallico del gruppo delle cosiddette terre rare. È il meno abbondante di tutti gli elementi in natura e per questo è anche uno dei più costosi: un grammo di lutezio vale circa sei volte un grammo d’oro. Esso si trova associato a quasi tutti gli altri metalli delle terre rare, ma mai da solo proprio come i nostri gioielli sono formati da più elementi: una miscela esplosiva di gemme di diversa provenienza unite ad argento, spille vintage firmate, antichi monili e giade intagliate a mano.

Quali sono i mood da cui traete ispirazione per creare i vostri gioielli?

Prendiamo ispirazione dal passato. Crediamo che i gioielli più belli siano quelli vintage, dove l’estro e l’artigianalità ne facevano da padroni. Spesso infatti utilizziamo “manufatti rispolverati” come spille in lega anni ’50, bottoni in filigrana, antiche giade e monili turchi, che combinati con i minerali danno vita a creazioni uniche. Per noi è comunque necessario creare stupore perciò lavoriamo affinché lo stile classico e moderno si fondano in perfetta armonia, ad esempio contrapponiamo un elemento classico come una spilla firmata Trifari ad una pietra con un taglio particolare, creando così un design inedito. Altra influenza sono stati i viaggi, dove luoghi come Marocco, Egitto e la lontanissima Malesia ci hanno inebriato con sapori, profumi, stoffe pregiate, geometrie, e tanto altro. Questo caleidoscopio sensoriale ha sicuramente influito sulla scelta di colori e forme nei nostri gioielli.

Quanto conta l’arte nel vostro lavoro?

L’arte nel nostro lavoro conta moltissimo. L’arte è tutto. Non solo è la maestria con cui si crea qualcosa di oggettivamente bello, una composizione di vari elementi che risulta senza apparente motivo equilibrata, ma è sopratutto riuscire a trasmettere benessere a chi contempla le nostre creazioni. Questo è ciò a cui aspiriamo. Fare arte. L’arte per noi è anche una forma d’ispirazione: molti dei nostri gioielli nascono da nostri disegni o traggono spunto da quadri di altri pittori.

Nella storia del costume, diverse icone di stile, hanno indossato gioielli che successivamente hanno segnato un’epoca. Quale tra queste è per voi un modello di ispirazione?

L’icona di stile che per noi è modello di ispirazione è Elizabeth Taylor, grande collezionista di gioielli. I suoi occhi non a caso ricordavano due gemme di ametista. È noto che la diva ha ricevuto dai numerosi mariti o si è fatta da sola regali favolosi.

Tra tutte le star di oggi, quali tra queste, vorreste che indossasse una vostra creazione?

Tra le star di oggi è difficile scegliere. Sono tutte bellissime e alla notte degli Oscar indossano abiti da sera indimenticabili. Fra le nostre preferite, forse perché sono quelle che ci ricordano maggiormente le star anni ’50, ci sono: Emma Stone, Cate Blanchett, Eva Green e Uma Thurman.

A febbraio si è tenuto l’evento ARTISTAR JEWELS EXHIBITION 2017 durante la fashion week di Milan. A cosa vi siete ispirate per realizzazione della vostra opera d’arte?

All’Artistar 2017 abbiamo presentato due gioielli. Gli anelli dell’alchimista. Per crearli abbiamo pensato alla figura del moderno designer che, similarmente ad un antico alchimista, manipola e trasforma gli elementi in monili unici e simbolici, come dalla materia grezza in oro, unicamente tramite il proprio estro e maestria. La trasformazione nel nostro immaginario è ben presto traslata dalla fisicità della materia al mondo geometrico, attraverso quella che abbiamo voluto chiamare “Trasformazione di forme in cerchi quadrati”: l’anello ha così cambiato forma diventando quadrato e si è arricchito di acquamarine, peridoti, rubini, granati e zirconi blu. Orecchini di terra Questi orecchini sono stati ispirati dal quadro “Dafne e il mirto piumato” di Diego Boiocchi alias Moho. Il quadro rappresenta una donna che tiene in mano un ramo di mirto. Sono orecchini asimmetrici formati da un orecchino a lobo in ametista e uno a forma di ramo con anch’esso gocce e pietre di ametista.

I gioielli nella Storia del Costume sono stati protagonisti di racconti ed enigmi. Molto spesso, venivano regalati o anche commissionati per delle occasioni importanti. Attualmente, possono ritenersi così rilevanti?

Certo. Crediamo che i gioielli, a differenza di vestiti e scarpe non passino mai di moda. Anzi sono eterei, capaci di invocare emozioni e ricordi di quando sono stati regalati o delle occasioni in cui sono stati indossati, fino ad essere i compagni della vita di ogni giorno. Spesso ci vengono commissionati gioielli adatti all’abito della sposa, questi monili, ancora più di altri hanno un gran valore sentimentale e speriamo che vengano tramandati nel tempo alle generazioni successive della coppia. I gioielli per noi hanno anche un forte valore simbolico e a volte sono dei veri e propri talismani portafortuna.

Chi è il cliente tipo di Lutezia Gioielli?

l cliente tipo di Lutezia è una donna che vuole sentirsi unica che non ama omologarsi alla massa. Una donna dal look elegante e ricercato. Nella nostro piccolo atelier a volte intratteniamo lunghe conversazioni con delle clienti che, come noi, sono veramente appassionate di gioielli; parliamo di pietre acquistate in viaggi lontani, di collezioni di spille, di gioielli tramandati di generazioni in generazioni, e di varie curiosità del mondo della mineralogia. Possiamo dire che la nostra cliente ideale è una donna con una certa dose di consapevolezza sul prodotto che sta toccando con mano, potendo così comprendere a fondo la ricerca posta alla base di ogni gioiello da noi creato.

Cosa ci dovremo aspettare in un futuro, avete altri progetti?

Al momento stiamo lavorando a una nuova collezione che vedrà protagonisti i colori della moda primavera-estate. Per il futuro, che dire? Siamo delle grandi sostenitrici dell’importanza dello scambio di idee ed esperienze tra chi fa questo mestiere e non, c’è sempre così tanto da imparare, chissà qualche nuova collaborazione.

 

 

image (1)

L’intervista la Trovate anche in Alvufeshionstyle.

Foto dei Gioielli Lutezia.

Michele Vignali.

Intervista a Meo Fusciuni maestro e creatore di profumi. M.Vignali.

Venerdì, 31 Marzo 2017 

meo (6)low

Sono veramente emozionato per ave avuto la possibilità di poter intervistareMeo Fusciuni, maestro e creatore di profumi che ho conosciuto di persona.

Ogni aroma ha un’anima, un mondo di emozioni, colori e vissuti che noi non possiamo vedere o toccare ma solo respirare come una magica essenza olfattiva. Spesso, infatti, si dice che il profumo è la nostra seconda pelle, ci appartiene e rappresenta.

I profumi Fusciuni evocano ricordi di mondi lontani, bellissimi versi di opere artistiche e letterarie, note di un viaggio vissuto o immaginario.

Ed ecco a voi il mondo della couture olfattiva dei profumi Fusciuni.

Intervista  a cura di Michele Vignali.

Che storia ha il nome Meo Fusciuni?

Il nome Meo Fusciuni racchiude la mia storia familiare, racconta in sé mio padre e mio nonno, come anello di congiunzione tra il passato, presente e futuro; ho sempre amato il significato profondo che c’è nella parola “fusciuni”, che deriva dal dialetto mazarese e significa scorrere, fluire.

Come nasce un’essenza?

È una domanda che nel nostro caso può avere tante risposte, ogni profumo della nostra collezione ha avuto una genesi differente, alcune sono nate al ritorno da un viaggio, durante il viaggio stesso, altre da un momento di estrema ricerca interiore come Notturno e Luce. Tutte però hanno un denominatore comune, il tratto distintivo della ricerca ossessiva e personale, quasi esistenziale del mio cammino. Tecnicamente la parte poetica anticipa quasi sempre quella olfattiva: la prima è istintiva e spesso quasi visionaria, la seconda è la parte tecnica, di ricerca nella memoria olfattiva. Ma la costruzione del profumo racchiude nel nostro caso un lavoro compiuto nella sua totalità, dalla creazione del profumo alla costruzione della grafica e della scatola che lo contiene, dalla comunicazione al rapporto con i clienti in tutto il mondo. Tutto questo è il risultato della fusione del mio lavoro e di quello di Federica, art director insieme a me dell’intero progetto.

Quanto c’è di nomade nelle sue creazioni?

Penso tutto, ho sempre pensato al nomadismo come energia segreta per capire questo stato delle cose, la propria poetica e il proprio linguaggio. Sono molto influenzato dalla mia grande passione per l’antropologia e in ogni lavoro l’aspetto della ricerca del viaggio per comprendere l’altro, per poi capire te stesso, l’ho sempre trovata decisiva nel mio cammino e nei miei lavori, come Shukran, o come l’ultimo lavoro L’oblio.

Che ruolo ha il viaggio nel creare un profumo?

Mi sono spesso ritrovato nello scoprire la scintilla del profumo proprio durante il viaggio, o svegliarmi una mattina desiderando follemente un luogo dove correre e aspettare una visione. Espanderei la tua domanda anche alla sfera psichica e al viaggio della nostra mente; a volte può sembrare facile riuscire a viaggiare con la mente per scoprire un lato nascosto del tuo lavoro ma è difficile riuscire a trovare la chiave che possa aprire la porta, non sempre ci si riesce. In questo caso, il mio isolamento dagli altri gioca un ruolo fondamentale.

Come sono realizzati i profumi Note di Viaggio?

L’intera collezione racconta il percorso dell’uomo. Tutto segue una dinamica di ricerca, che racconta le metamorfosi dell’animo umano lungo la sua vita. La scelta di suddividere ogni progetto in trilogia o ciclo è stata una cosa nata quasi per caso, che col tempo è diventata una firma sul modus operandi creativo. Nel momento in cui chiudo una trilogia, o un ciclo nella mia mente ho già presente quale sarà il passo successivo, arriva, come quando dopo rituali di passaggio, raggiungi un nuovo stato evolutivo.

Quanto è importante la letteratura per creare un profumo?

Non penso sia necessaria per creare un profumo, ma per me è alla base del mio lavoro e della mia espressione, senza la poetica non riuscirei a raccontarmi e a raccontare ogni mio lavoro. Ma tutto questo non può essere costruito, deve far parte del tuo cammino fin dall’inizio. Per creare un profumo devi prima di tutto essere un uomo di scienza, questo spesso oggi viene dimenticato, il mio passato da chimico ed erborista ha sicuramente aiutato il mio mestiere di creatore.

Quali dei suoi profumi le appartiene di più?

Non saprei, attualmente Narcotico, ma per tanto tempo è stato Luce. Ho un rapporto strano con i miei lavori, non sempre riesco ad indossarli, è una questione di emozioni viscerali che ti accompagnano sempre. Il portare su di sé un profumo non è solo una questione accessoriale; ma di anima, di emozioni e vibrazioni sottili.

Quanto contano le radici per costruire una nota di viaggio come ad esempio Narcotico?

Narcotico non fa parte delle note di viaggio, ma della Trilogia della Mistica; penso che in un lavoro come Narcotico le radici siano tutto, sono le mie radici anche se ho cercato di raccontare quelle di ognuno di noi, quelle più nascoste e intime. Pasolini è una chiave, non è il significato di questo lavoro, l’Ecce Homo di Antonello da Messina è una porta, non è il significato vero di questo profumo; quello sta in ognuno di noi, nelle viscere della nostra anima.

I suoi profumi sono molto di più di un’essenza da indossare sulla pelle. Le potremmo descrivere come opere d’arte intangibili e olfattive. Quanto conta l’arte nel suo profumo?

Possiamo chiamarle in tanti modi, opere, memorie olfattive, strutture olfattive, anime che disegnano la nostra ombra e così via, ma sono soprattutto dei viaggi, psichici, sensoriali, umani e l’intangibilità è data solo dal fatto che non riusciamo a far vedere al mondo che stiamo indossando un’opera, ma possiamo spingere noi e l’altro ad usare uno dei sensi ancora meno conosciuto, l’olfatto. In riferimento all’arte ti posso dire che amo ogni forma d’espressione e come ogni cosa che circonda la mia vita, anche l’arte entra in maniera profonda in ogni mio lavoro.

Ti andrebbe di raccontarmi come nasce l’ultimo profumo e qual è stata l’ispirazione?

Il nostro ultimo lavoro, L’oblìo, chiude dopo tre anni la “Trilogia della Mistica”, iniziata con Narcotico e proseguita con Odor 93. Fin dall’inizio, prima di partire per la Cambogia, luogo spirituale e anima di questo profumo, mi sono posto una domanda: “e se il bene dell’uomo fosse dimenticare, anziché ricordare?”. Questo memento ci ha accompagnato per tutto il cammino e il risultato è stato un lavoro molto differente dagli ultimi due profumi, la ricerca di quiete e di beatitudine caratterizzano la piramide olfattiva di questo profumo, una spirale dapprima luminosa e poi sempre più terrena, radicata. L’asse olfattivo è composto da immortelle, mate e legno di sandalo. Avevo bisogno di ricreare un profumo che non portasse in sé appigli, ricordi, ma solo quel desiderio di lasciarsi andare, perdersi nella soavità di questo profumo; l’oblìo appunto, nella sua visione positiva, di dimenticanza per ripartire.

Michele Vignali.

L’intervista la trovate anche in WWW.Alvufashionstyle.com

Dalle foto di famiglia definiamo l’identikit del look anni 50. M.Vignali.

Martedì, 21 Marzo 2017 

Michele-Vignali-1

Carissime lettrici,

oggi cercherò di tracciare l’identikit del look di moda anni Cinquanta.

Vi starete chiedendo il motivo e la risposta è molto semplice: domenica scorsa, dopo un pranzo di famiglia abbiamo rispolverato le vecchie foto di mia nonna e della mia bisnonna. Alcune erano della fine dell’ottocento altre degli anni venti e una buona parte degli anni Cinquanta. Una volta, si usava nelle famiglie scrivere delle lettere con allegate foto di parenti lontani. Per la mia bisnonna, per tutti “Nonna B”, questa delle foto si era trasformata in una vera e propria passione.

Lei con amore e dedizione scriveva e raccontava le vicissitudini quotidiane e gli eventi importanti, includendo alcune foto e chiedendo a sua volta ai destinatari di ricambiare. A distanza di tanti anni ci troviamo a spulciare un prezioso archivio di famiglia con immagini antiche, alcune sbiadite, altre rovinate ma ricche di dediche e date.

Gli abiti, le pose e i dettagli delle persone ritratte nelle foto, trasmettono un profumo esclusivo di vintage.  A quel tempo, mia nonna insieme alle altre sue parenti, andavano dalle sarte che lavoravano in casa per farsi realizzare su misura gli abiti da indossare. Venivano utilizzati piccoli scampoli e avanzi di tessuto provenienti da quelli commissionati dalle persone più abbienti. Questo accadeva soprattutto nel periodo della guerra dove le restrizioni economiche riguardavano anche i tessuti.

Negli anni Cinquanta la moda femminile cambia i canoni stilistici: la vita diventa stretta, la gonna si allarga a corolla, i tacchi si alzano con calzature décolleté, gli accessori sono più sofisticati con collane di perle e cappelli con velette.

Ma passiamo al look anni 50 proveniente direttamente dalle foto di famiglia.

Michele-Vignali-7.jpg

Must-have dell’epoca, un filo di perle vere o di bigiotteria perché erano sinonimo di eleganza e facevano apparire la silhouette più sofisticata e raffinata. Troviamo poi un tailleur in stile Chanel a cui si abbinava una camicia a tinta unita di seta. Un abito da pomeriggio o meglio definito da cocktail che andava a sostituire per le occasioni più importanti l’abito delle feste. Lo potremo definire un abito più elegante sia per il taglio che per il materiale.Nell’armadio di una donna anni 50 non poteva mancare un abito per la domenica, che si usava solo per le feste o durante le occasioni importanti: andare a messa, un battesimo o un matrimonio. Per la primavera-estate, l’abito era in cotone accompagnato da una giacca a tre quarti, con guanti rigorosamente bianchi e una borsa a due maniglie da portare sul braccio. Scarpe décolleté in pelle blu o nere.

Non poteva inoltre mancare una velette nera preziosa nei ricami e nel tessuto che si usava per i momenti di lutto. Per un certo periodo di tempo la vedova vestiva di nero e si diceva appunto ‘’porta il lutto’’.

Michele-Vignali-3-1024x576.jpg

Ci tenevo molto a raccontarvi, delle usanze e dei ricordi degli anni 50 che appartenevano alla mia famiglia. Purtroppo queste usanze sono andate perse con l’avvento delle nuove tecnologie ma anche perché le epoche sono cambiate e la società e mutata. Se oggi vedessimo persone vestite in quel modo ci apparirebbero strane, diverse, demodè, eppure, nonostante tutto il vintage non passa mai di moda e trovo meraviglioso ricordare da dove siamo venuti.

Michele Vignali.

L’articolo lo trovate anche in Alvufashionstyle nella sessione Vintage-Amarcord.

Storia della Speedy Bag Louis Vuitton di Michele Vignali

Giovedì, 16 Marzo 2017.

Audrey-speedy-bag.png

 

Care amiche appassionate di It-Bags, oggi parleremo della meravigliosa storia della borsa Speedy di Louis Vuitton.

Tutto ebbe origine quasi per caso, negli anni Venti, quando la maison francese decise di realizzare un modello più piccolo e compatto del borsone da viaggio Keepall.

Nacque una nuova forma di borsa, destinata a diventare molto più che un semplice modello. Come spesso accade, indispensabile fu l’aiuto delle celebrities che cominciarono a sfoggiarla nelle occasioni mondane. In particolare Audrey Hepburn, divenne inseparabile dalla sua Speedy in stampa Monogram a due iniziali: L e V.

In brevissimo tempo il mito della Speedy divenne mondiale e si diffuse praticamente in ogni parte del globo, consacrandola nell’Olimpo delle it-bags. Negli anni Sessanta, il modello subì diverse modifiche per dimensioni e misure. Quello attuale conta 5 modelli: Speedy 40, la più capiente e dalle dimensioni supersize; Speedy 35 e Speedy 30, leggermente più piccole; Speedy 25, la misura perfetta e quella più venduta in assoluto e infine Mini HL, versione micro della Speedy adatta a contenere soltanto il minimo indispensabile.

Louis-Vuitton-Speedy-Bag-Size-Price-Guide.jpg

Come gran parte delle borse Louis Vuitton, la Speedy si contraddistingue per il suo lucchetto dorato, con il quale è possibile sigillare la cerniera. All’interno si nasconde una tasca piatta applicata sulla fodera in velluto, mentre i manici in vacchetta naturale sono arrotondati.

La Speedy resiste negli anni alla concorrenza spietata delle altre borse che cercano di riproporre le sue proporzioni perfette, ma il caro vecchio Monogram non può restare sempre uguale a sé stesso per sopravvivere. È questo forse che deve aver pensato Marc Jacobs quando, alla direzione artistica del marchio, decide di creare un vero e proprio restyling permanente del canvas monogrammato che vede sempre la Speedy come protagonista.

Inizia così l’epoca delle grandi collaborazioni, che vedrà Jacobs cooperare con tantissimi artisti e designer contemporanei. importantissima quella tra Marc Jacobs e l’artista street Stephen Sprouse, il quale realizzerà nel 2001 la prima collezione Monogram Graffiti. Nel gennaio di quest’anno Jacobs ha invece realizzato la Stephen Sprouse Collection in onore dell’artista scomparso nel 2004, “decorando” il Monogram con le sue tags e le sue rose fluorescenti.

stephen-sprouse-louis-vuitton-green-2009 (1).jpg

Merita menzione il connubio con l’artista nipponico Takashi Murakami, il quale creerà una serie pressoché infinita di varianti del Monogram: Multicolor, che trasforma il Monogram con base nera e bianca e simboli in colori accesi, quasi come se fosse un vero e proprio negativo; Cerises, la famosissima versione con le ciliegie; Cherry Blossom con cui decora il Monogram di fiori di ciliegio, e infine la più recente Monogramouflage, che trasforma il pattern in una vera e propria tela mimetica.

Altre collaborazioni recenti sono state quelle con Richard Prince per il Monogram Watercolor e con Rei Kawakubo, art director di Comme des Garçons, che ha realizzato una stravagante versione della Speedy con ben quattro coppie di manici. Restyling illustri pensati da Jacobs sono stati invece nel 2006 la Speedy Perforation, dove il canvas monogrammato viene letteralmente profanato con fori e buchi dappertutto, e la Multicolor Franges, ispirata ai costumi di Elvis Presley. La collezione autunno-inverno 2006/2007 vede protagonista invece la Speedy Miroir, dove il Monogram diventa prezioso nei colori oro e argento.

Anche durante le sfilate la Speedy è stata protagonista di restyling: esempi sono la Speedy Cube, protagonista della collezione A/I 2008-2009, mentre durante le ultime sfilate di Parigi abbiamo visto la meravigliosa Speedy a “scaglie” di tessuto in canvas Monogram Mini Lin. Sino all’ultima collezione in cui compare la scritta a stampa ‘’SUPREME’’ dell’azienda americana che dal 1994 produce capi d’abbigliamento sportivo famosi in tutto il mondo.

La borsa Speedy di Louis Vuitton è intrisa di storia tra passato, presente e futuro, affermandosi per sempre nel panorama degli accessori must have, adattandosi alle nuove tendenze e diventando un’intramontabile it-bag a cui non abbiamo mai saputo rinunciare.

Michele Vignali.

L’articolo lo trovate anche in Alvufashionstyle nella sessione Vintage-Amarcord.

Storia della Festa della Donna di Michele Vignali.

mimosa-1024x576

L’otto marzo si celebra la Festa della Donna per ricordare le conquiste sociali e politiche. Un’occasione per rafforzare la lotta contro le discriminazioni e le violenze ma è anche un momento di riflessione su quello che ancora deve essere fatto. Stiamo vivendo un momento difficile, in cui sempre più donne sono vittime di violenza. Tale ferocia e aggressività colpisce troppe volte per cause ‘’ stupide’’ e ingiuste. Sì perché nessun uomo può decidere di spezzare la vita, le ali, i sogni e soprattutto la libertà individuale.

Ma ci ricordiamo l’origine di questa festa? Forse no. “Evviva le donne” non è solo uno slogan ma un messaggio più profondo che deriva da un passato purtroppo macchiato di rosso e non di giallo mimosa.

La Giornata Internazionale della Donna nacque infatti ufficialmente negli Stati Uniti il 28 febbraio del 1909. A istituirla fu il Partito Socialista Americano, che in quella data organizzò una grande manifestazione in favore del diritto delle donne al voto. Successivamente tra il novembre 1908 e il febbraio 1909 migliaia di operaie di New York scioperarono per diversi giorni per chiedere un aumento del salario e un miglioramento delle condizioni di lavoro.

La prima giornata a favore delle donne viene istituita nel 1910 dall’VIII Congresso dell’Internazionale socialista.  Qualche anno più tardi Il 25 marzo del 1911 nella fabbrica Triangle di New York si sviluppò un incendio e 146 lavoratori (per lo più donne immigrate) persero la vita. Questo è probabilmente l’episodio da cui è nata la leggenda della fabbrica Cotton. Da quel momento in avanti, le manifestazioni delle donne si moltiplicarono. In molti Paesi europei, tra cui Germania, Austria e Svizzera, nacquero delle giornate dedicate alle donne.

Era l’8 marzo 1917 quando le donne di San Pietroburgo scesero in piazza per chiedere la fine della guerra, dando così vita alla «rivoluzione russa di febbraio». Fu questo evento a cui si ispirarono le delegate della Seconda Conferenza Internazionale delle donne comuniste a Mosca che scelsero proprio questa data per istituire la Giornata Internazionale dell’Operaia.

In Italia la Festa della Donna iniziò a essere celebrata nel 1922 con la stessa connotazione politica e di rivendicazione sociale. L’iniziativa prese forza nel 1945, quando l’Unione Donne (formata da donne del Pci, Psi, Partito d’Azione, Sinistra Cristiana e Democrazia del Lavoro) celebrò la “Giornata della Donna” nelle zone dell’Italia già liberate dal fascismo. L’8 marzo del 1946, per la prima volta, tutta Italia ha ricordato la Festa identificando come simbolo la mimosa, che fiorisce proprio nei primi giorni di marzo, come simbolo della ricorrenza.

Negli anni successivi la Giornata è diventata occasione e momento di rivendicazione dei diritti femminili dal divorzio 1º dicembre 1970 alla contraccezione, fino alla legalizzazione dell’aborto e Legge 22 maggio 1978 di difesa delle conquiste delle donne.

Credo fermamente che sia importante conoscere la storia perché è un modo per ricordare chi siamo e da dove veniamo anche perché questi sono momenti in cui tutti dobbiamo stringerci l’un l’altro per farci forza per lottare e abbattere i muri del sessismo, dell’ignoranza, della paura della debolezza e di quella diversità che non esiste. Forse perché siamo continuamente bersagliati da messaggi sbagliati?

Per questo voglio dire: “Viva le donne” non come uno slogan di moda ma perché credo in loro, nel coraggio e nella forza di volontà. Sarà perché le conosco molto bene, sarà perché sono cresciuto e vissuto in un mondo di donne dove mi hanno insegnato il valore del voler bene agli altri e mi hanno permesso di crescere con una mente aperta. Sono cresciuto con donne di età diverse le mie nonne, mia mamma, mia sorella, le mie amiche e le icone che hanno sempre raccontato se stesse nelle proprie epoche e nei propri traguardi e ricordi, le ho viste, sentite, ascoltate e ammirate per la loro forza, intelligenza e per loro grande cuore.  Penso che il mondo debba essere più rosa e meno nero.

Vorrei un mondo dove una donna incinta possa essere assunta da un’azienda senza destare così tanto scalpore.

Penso che la “politica al maschile” molto spesso, purtroppo, tenda a salvaguardare più i propri interessi. Mi piacerebbe che la prossima Presidente del Consiglio oppure della Repubblica Italiana, fosse una donna ma ci vorrà ancora tempo.

Ecco, vorrei tra qualche anno, ritrovarmi qui alla stessa ora a pubblicare un post su questo blog in cui racconto un nuovo pezzo di storia dove le donne sono protagoniste e il mondo è più rosa.

Michele Vignali

L’articolo lo trovate anche in Alvufashionstyle