Valentino Garavani Premiato al ‘FASHION WEARS PEACE’ che ARRIVA AL PARLAMENTO EUROPEO. M.Vignali

Martedì, 20 Febbraio 2018.

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L’ultimo Imperatore della moda italiana Valentino  Garavani maestro del Rosso Valentino e di una moda che incarna sempre una Dolce Vita senza tempo. Oggi, a distanza di svariati anni, per la prima volta l’European Parliament accoglie, dando il suo patrocinio, un’iniziativa che ha per oggetto il fashion system declinato dal punto di vista etico-sociale. Valentino Garavani verrà premiato, in quanto uomo di Moda e di Pace per aver realizzato, nel 1991, nel pieno della guerra del Golfo, l’iconico “Peace Dress”: il lungo abito bianco con su ricamata parola PACE in 14 lingue diverse, diventando così un messaggio universale di speranza.  Perché la moda è molto di più di semplici abiti, la moda può essere manifesto di pace ma anche di cause nobili come lo stesso Valentino ha fatto creando un’abito che oggi entrerà a far parte della storia del costume come le sue prime e iconiche collezioni. Valentino è un maestro di un gusto raffinato e senza tempo che anche quando deve fare ” Scalpore” o ” Rumore” con un’abito lo fa sempre in modo molto composto e educato come se si avesse paura del giudizio.  Il premio è stato creato da da AFRICAN FASHION GATE. L’idea è quella di vedere la moda da un punto di vista etico e sociale, come portatrice di messaggi forti, ‘umanistici’, pieni di significato. Da sempre la moda si è basta sui cambiamenti storici-sociali subendoli, influenzandoli, cambiandoli e esaltandoli dandogli sempre un messaggio positivo e veritiero. 

 

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Michele Vignali.

 

 

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Inside di Vittorio Camaiani S/S 2018.

Lunedì, 12 Febbraio 2018. 

 

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Roma, sabato 10 febbraio ’18 Coffee House di Palazzo Colonna Roma.

 La collezione primavera-estate dello stilista marchigiano Vittorio Camaiani dal titolo Inside è un viaggio introspettivo dentro di sè e dentro la sua anima d’artista del tessuto e della creazione  di abiti che rappresentano sempre un happening di creatività e capacità sartoriale di grande livello e classe.  Siamo stati da sempre condotti nei viaggi dello stilista che ci introducevano nel mondo dell’arte, quando si ispirava a Magritte e Velàzquez o a scenari fascinosi di luoghi evocativi e ricchi di alchimie come l’Egitto e il Marocco,che si trasportavano su meraviglie in tessuto raccontando storie silenziose e ricche di magia. Questa volta lo stilista non cita altri ma cita se stesso, si guarda nel profondo, sceglie, analizza, racconta, percepisce se stesso e la sua intimità e ce la racconta cucita e composta in abiti che non possono parlare ma emozionare e tenerci in sospeso. Non sempre è facile guardarsi dentro per gli artisti: a volte è molto più facile far sì che siano gli altri a domandare e raccontare per conto loro. Per questo quello che fa Camaiani è una grande presa di coscienza del proprio io in cui ci vuole raccontare il suo immaginario, i  suoi sogni, le sue memorie, e divide la collezione in quattro “quadri”, che corrispondono ad altrettante dimensioni interiori e creative e a tematiche a lui care dando vita così ad una sfilata-mostra della sua personalità  d’artista.

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Collezione Marina. Vittorio Camaiani e Lucrezia Camaiani

La sfilata si apre con  l’omaggio all’ Ultima Diva e Musa dello Stilista: Marina Ripa di Meana, recentemente scomparsa a causa di una grave malattia. La capsule dal titolo ‘’Marina ‘’ vuole omaggiare un’amicizia  contraddistinta dalla stima reciproca e dallo stesso amore per il bello. Non poteva mancare, “dentro” Vittorio Camaiani, questo personale omaggio a una figura che ha lasciato un segno indelebile nell’immaginario collettivo, con le sue battaglie, con il suo humor, con la sua eleganza e, non dimentichiamolo, con la sua passione per la moda. Da tempo Vittorio e Marina progettavano insieme una collezione di maglieria pret-a-porter nelle nuances a lei care: il viola, il rosso, il verde, con la quale celebrare un rapporto speciale in nome di quella creatività che appartiene ad entrambi. Marina era già stata musa ispiratrice della collezione “ContrariaMente” nel 2016 e chi meglio di lei poteva incarnare quella donna moderna e affascinante che attraverso la moda esprimeva al contempo personalità e inquietudini senza rinunciare ad uno stile unico. Con questa capsule Vittorio Camaiani riporta in vita lo spirito di Marina, guardando con affetto al periodo giovanile della celebre icona di stile. Ne esce una collezione frizzante, giovane, tra completi in punto Milano dalle spalle appuntite, maglie e abiti dal taglio asimmetrico, con cui rivive lo stile inimitabile di Marina, sempre sospeso tra eleganza e ironica provocazione.

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La mostra inizia con un primo quadro che ha come ispirazione ‘’ il viaggio ‘’, da sempre fonte importantissima per lo stilista. Quest’ opera la potremmo titolare ‘’ La mia Africa’’ perché è quasi un safari  della mente virato nei colori latte e corda, che ci porta tra le sabbie del deserto reinterpretando in chiave contemporanea l’epoca delle viaggiatrici. Camaiani ripropone il più iconico dei capi “da viaggio”, la sahariana, fatta diventare un elemento di grande moda da YSl negli anni Settanta, stilizzata nelle giacche ed evocata dalle tasche color corda applicate su abiti di lino e da pettorine lasciate intravedere sotto le bluse in chiffon.

 

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La seconda sessione è titolata ‘’Maschile Femminile’’ tratto distintivo dello stilista che ha sempre giocato con grande bravura sui due sessi. Camaiani propone una propone una femminilità sofisticata che non perde mai la sensualità nel rigore sartoriale delle forme. Elementi tradizionalmente riservati all’abbigliamento da uomo come: gilet, bretelle e camicie, dal collo rigido stile anni venti, vengono ironicamente declinati al femminile su completi pantalone, tute e tubini su cui risaltano revers da giacca maschile. Lo shantung, il satin e i tessuti operati sono virati nei toni del blu, del rosso e del grigio. Sono donne che osano nella classe della seduzione composta e sempre pacata non cadendo mai nella volgarità e nell’eccesso è quell’eleganza misurata.

 

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La terza sessione ha per nome contrapposizione ‘’ oriente- occidente’’ il cui rientra come protagonista l’influenza del viaggio e dell’ispirazione delle altre culture: infatti non a caso lo stilista ha compiuto un viaggio tra Dubai e l’Indonesia, dove da anni vengono realizzati a mano i batik che disegna personalmente. La metropoli si confronta dunque con la foresta tropicale, i grattacieli con le foglie della giungla stilizzate, con una fantasia che decora top, pantaloni e abiti a vestaglia. La foglia esotica torna riapplicata a mano su altre fantasie, mentre sui toni a contrasto del grigio cemento e del blu oceano si costruisce il capo con top, gonna lunga aperta e pantalone. Una reinterpretazione sofisticata e contemporanea dell’abito orientale che da sempre nella storia del costume e della moda ha rispecchiato grande fascino e successo rimanendo nel tempo l’essenza giusta per creare un giusto mix di influenze.

 

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La sfiata si conclude con la ‘’ Couture ‘’, maestra estrema e rappresentativa dello stilista che si è sempre fatto conoscere per la sua preziosità e semplicità cucita in capi che hanno sempre emozionato. La sessione  couture celebra anche i suoi trent’anni di lavoro. Sceglie uno dei suoi capi più iconici, la tuta, declinandolo in versioni diverse nei toni accesi del verde, del blu, del rosso e del grigio e in tessuti preziosi come il cady, l’organza, lo shantung e la seta a trama lino. La parte sera si presenta come la più “architettonica” della collezione, con costruzioni couture come la tuta rossa con scollo a revers e l’abito con sovrastruttura balloon in organza, una “velatura” intesa quasi a proteggere la bellezza della donna e che racchiude l’essenza dell’approccio di Camaiani al femminile. Completano “Inside” le calzature realizzate da Lella Baldi su disegno dello stilista, che ripropongono i colori della collezione tra camoscio, juta e pelle e gli originali cappelli realizzati da Jommi Demetrio.

 

 

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Il viaggio interiore di Vittorio Camaiani ci ha permesso di conoscere un po’ più nel profondo la sua essenza di artista sensibile e veritiero, che usa la moda come concetto d’arte dove raccontare in parte se stesso e le sue ispirazioni cucite in abiti che non possono raccontare il suo io interiore ma possono farcelo immaginare. Perché come si dice: “ Quando si compie un viaggio lo si fa per tornare sempre se stessi, ma più ricchi nell’anima e nel profondo, per ripartire così a creare una nuova avventura”.

Foto di Alessandro Lanciotti.

Michele Vignali.

 

Parole In Atelier Un Tè con Elisabetta.

Domenica, 28 Gennaio 2018

 

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Locandina Creta da Sofia Barbieri.

Svelato il secondo appuntamento per il mese di Febbraio del 2018 dell’evento di Parole in Atelier.

Dopo il Successo dell’incontro di Sabato 20 Gennaio 2018 dedicato ai Futurismi tra Arte e Moda in cui sono interventi il fashion style Michele Vignali e la Storica e Critica d’arte Eles Iotti che hanno delineato l’importanza del Futurismo sotto l’aspetto dell’arte e della moda trovando anche punti di riferimenti con il modo della moda e dell’arte del momento.  L’appuntamento in calendario per sabato 3 febbraio invece prevede un tè delle Cinque dedicato alla Regina Elisabetta II che nel corso degli anni è diventata  un’icona pop amata sia dai suoi sudditi che non. Nel corso del suo lungo Regno, uno dei più longevi della storia, si è fatta amare per quel suo fare sempre pacato e composto ma anche per le sue mise che la rappresentano incarnandone un personaggio di tutto rispetto.  Interverranno  l’appassionato e Cultore della Regina Elisabetta II Marco Ubezio che la racconterà tra biografia e segreti di palazzo. Il fashion style e critico  Michele Vignali che parlerà dell’importanza del linguaggio non verbale dell’abbigliamento come emblema di comunicazione delineando l’importanza dei colori e degli accessori che la distinguono. Il pomeriggio vuole omaggiare una delle Regine più amate, influenti e rappresentative di della storia contemporanea.

Vi aspettiamo per tanto Sabato 3 Febbraio ore 16.30 presso L’atelier di Izabel Narciso in Borgo Padre Onorio 16 C/D Parma.

Dress Code: Per l’occasione bisogna indossare un accessorio in stile Elisabettiano come cappello, spille, colori incisivi e ben riconoscibili, borsette e guanti.

A sabato,

Michele Vignali

 

Nuovo Appuntamento di Parole in Atelier.

Lunedì, 15 Gennaio 2018 

 

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E’ stato un successo il primo evento di “Parole in Atelier” dello scorso novembre, quando, all’interno dello stesso atelier della stilista Izabel Narciso sito in Borgo Padre Onorio 16 C/D a Parma, abbiamo presentato l’opera prima dell’avvocato e scrittore Marco Ubezio dal titolo ‘’ I Gemelli di Gheddafi ‘’, riportando così alla luce l’importanza storica e sociale dell’atelier come luogo creativo, emozionale e sociale, che ha visto l’atelier diventare molto di più di una sartoria bensì un luogo dove dare vita ad un interscambio artistico creativo molto interessante.  Visto l’interesse mostrato dai partecipanti,che hanno apprezzato l’aver dato vita ad un recupero veritiero e profondo del passato (cosa inusuale ai giorni nostri), abbiamo pensato di far diventare Parole in Atelier un appuntamento mensile in cui ospitare  temi, racconti, approfondimenti e mostre al fine di sensibilizzare le persone all’importanza della moda e del costume come fattore storico sociale, artistico e comunicativo, andando oltre lo stereotipo della frivolezza e dell’estetica. Il primo appuntamento di Parole in Atelier si terrà sabato 20 gennaio 2018 ed ha per titolo “Futurismi tra Arte e Moda”. A condurre la chiacchierata saranno Michele Vignali e la Storica e critica d’arte Eles Iotti, che approfondiranno l’importanza del Futurismo come primo connubio artistico letterario, intervenuto su tutte le espressioni artistiche del momento come il cinema, la pubblicità  e per la prima volta anche la moda con manifesti che ne esaltavano il cambiamento e l’importanza.  Vi aspettiamo alla scoperta del Futurismo!

Michele Vignali.

Per la locandina si ringrazia Sofia Barbieri.

Addio all’ultima Diva Marina Ripa Di Meana.

Venerdì, 5 Gennaio 2018. 

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Le più grandi se ne vanno in silenzio senza troppo rumore e clamore.  Ci lasciano in punta di piedi in un vuoto troppo grande e in un assenza sempre presente e troppo dolorosa così ci ha lasciato Marina Ripa di Meana donna dei salotti Tv, delle battaglie contro la pellicce e a favore della ricerca contro il Cancro malattia che se le portata via. È stata una donna forte, battagliera, rivoluzionaria e mai banale. Ha fatto del suo estro creativo un biglietto da visita, della sua eccentricità curata e misurata un opera d’arte da mostrare ed indossare con molta naturalezza e disinvoltura.E’ sempre stata libera di dire e fare quello che pensava anche quando ha rischiato il carcere e le querele. Ha lottato con le unghie e con i denti contro una malattia troppo grande e dolorosa che per sedici’anni della sua vita la accompagnata ma lei l’ha sempre combattuta come una guerriera non si è mai nascosta e si è sempre mostrata per quello che la malattia le ha fatto vivere anche quando il suo volto non era più quello di sempre. Ha amato follemente la libertà e l’idea di essere sempre se stessa. Ha vissuto la sua Roma in lungo ed in largo, ha conosciuto politici ed intellettuali, è stata musa e amante del pittore Franco Angeli. La sua è stata una vita da romanzo e da pagine da copertine. Ha scritto diverse memorie l’ultima uscita lo scorso anno dal titolo Colazione al Grand Hotel in cui raccontava l’amicizia con Moravia e Parise e quella Roma che non c’è più.  Io sui cappelli ne hanno fatto un biglietto da visita e l’hanno identificata come personaggio eccentrico, le sue apparizioni al festival del Cinema di Venezia o Roma la immortalano con uccelli, gabbie o ragni.  Marina Ripa di Mana è sempre stata bella, ha sempre colpito per il suo fascino e per il suo apparire forte e a volte una donna di tutto punto non hai mai fatto trasparire troppo le sue emozioni.  Nella sua prima opera letteraria i Mie Primi Quarant’anni uscita nel 1984 ripercorre la sua vita. Nata il 21 ottobre del 1941 a Reggio Calabria con il nome di Marina Elide Punterieri. Giovanissima si trasferisce nella città Eterna Roma dove comincia a lavorare come stilista aprendo un atelier di alta moda in Piazza di Spagna, a Roma, insieme con l’amica Paola Ruffo di Calabria, che sarebbe diventata regina del Belgio. Nel 1964 sposa Alessandro Lante della Rovere, grande famiglia aristocratica romana, da cui ha la figlia Lucrezia Lante della Rovere attrice famosa e di innaturale bellezza e capacità di stare davanti alla macchina da presa. Il matrimonio con Lante della Rovere finirà e ci sarà spazio per un amore tormenta relazione  con il Pittore Franco Angeli. Nel 1982 sposa in seconde nozze il marchese Carlo Ripa di Meana. Dal cinema alla tv partecipa come opinionista a centinaia di trasmissioni. Sempre con una causa da difendere: quella per gli animali poserà anche nuda contro le pellicce e la scritta L’unica pelliccia che non mi vergogno di indossare o per la natura. Marina non ha mai voluto dare lezioni a nessuno: “Mai giudicare”, spiegava “l’importante è non farsi addomesticare, io sono sempre stata me stessa”. Ha sempre amato vivere libera, si è sempre sentita anticonformista, si è sempre mostrata per essere intelligente e pungente, ha amato essere sempre se stessa fino in fondo. Ha vissuto la sua vita come un’opera d’arte, un libro bianco ancora da scriver, una tela da dipingere e un cappello eccentrico da indossare. È stata l’ultima Famme Fatale dei nostri giorni lasciandoci un grande insegnamento siate voi stessi, liberi, folli e pieni di vita perché ne avete solo una da vivere.

Ciao Marina. Non scorderò mai i tuoi insegnamenti e messaggi acquisti tra le pagine dei tuoi libri e nelle tue interviste.

Michele Vignali.

 

 

 

Diana Vreeland L’imperatrice della Moda. M.Vignali

Giovedì, 30 Novembre 2017. 

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Diana Vreeland in her Vogue office in 1965.

 

La moda non è scritta solo dai grandi stilisti ma anche dalla giornaliste e direttrici di moda che ne hanno cambiato il corso e influenzato la storia. La prima donna a capire l’importanza del fashion  come comunicazione, linguaggio, immagine e stile anticonformista e moderno è senza dubbio l’iconica e travolgente Diana Vreeland: un nome, mille storie, una passione ed un insegnamento che non è passato di moda e non è stato dimenticato a distanza di anni. Diana Vreeland  è stata molto di più di una semplice direttrice di moda: è stata reporter, scrittrice, costumista e rivoluzionaria della moda comprendendone il cambiamento e l’importanza di un linguaggio nuovo e straordinariamente immaginativo e creativo facendo diventare i suoi editing di moda una rivista canta storie che sapeva colpire, immaginare, lasciare il segno e farsi ricordare per qualcosa che va oltre l’abito e l’immagine ma che cerca di indagare nel profondo e di raccontare una storia nella storia. 

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Nasce sotto il nome di Diana Dalziel a Parigi  il 29 luglio del 1903, da una famiglia conosciuta nell’alta aristocrazia americana. Il padre era di origine britannica e la madre americana.  Trascorre l’ infanzia tra l’America, Londra e Parigi ammirando luoghi particolari e ricchi di storia. Frequenta il mondo del teatro,  dei balletti russi tanto che lei stessa è stata una grande interprete e ballerina. Racconta nella sua biografia, scritta negli anni prima della morte che  da bambina assistette all’incoronazione del  Re Giorgio V. La sua grande cultura non arriva dalla scuola come tutti pensano, ma dal fatto che ha viaggiato e si è sempre sentita libera di imparare la storia vivendola e subendola.  La sua più grande fortuna dice di essere stata quella di essere nata a Parigi negli anni della Belle Époque,  di aver incontrato e dialogato con Djaghilev e aver frequentato un mondo aulico e ricco di bellezza. Non si è mai sentita bella e ha sempre detto di non esserla mai stata a causa del fatto che la madre la trattava come un piccolo anatroccolo. Nei Ruggenti anni Venti è a New York dove stava per diventare la ragazza più popolare, ballava e si divertiva come imponeva la società dell’epoca. Inizia a sentirsi bella e corteggiata  quando  incontrò il suo primo ed unico grande amore il banchiere  Thomas Reed Vreeland nel 1924, con il quale si sposò ed ebbe due figli. Il matrimonio la porta a vivere a Londra dove aprì un negozio di lingerie fatte interamente a mano capi realizzati in  pura seta con ricami preziosi . Nella sua boutique passarono donne importantissime. Ne cito una su tutte: Wallis Simpson, che ben presto divenne Duchessa di Windsor cambiando lo storia della monarchia Inglese. Sempre negli anni Venti, in cui aveva imparato a sentirsi bella, libera e anticonformista, frequenta sempre di più Parigi e le grandi stiliste del momento come Coco Chanel, alla quale la legherà una lunga e confidenziale amicizia fatta di stima reciproca.  L’Europa entra in guerra così si trova costretta a lasciare Londra e trasferirsi definitivamente a New York. Si sente molto sola e triste nonchè annoiata ma ben presto tutto cambia in meglio: arriva l’opportunità di scrivere di moda.  Iniziò la sua carriera come giornalista e redattrice per la rivista di moda Harper’s Bazaar! L’editrice Carmel Snow la notò a un ballo al St. Regis  in un abito Chanel e le propose di lavorare per la rivista, dove  iniziò ad occuparsi della leggendaria rubrica “Why don’t you?” con cui si prodigava nel dare consigli eccentrici alle signore come: “Lavate i capelli biondi di vostro figlio con lo champagne avanzato”. Si comprende il fatto che lei fosse anti conformista e sopra le righe questa rubrica nasce nel periodo storico in cui c’è la recessione e il razionamento ma la sua voce fuori campo permetteva a tutti di credere e sognare tempi migliori. La sua rubrica era molto letta e seguita ogni mese: era un’ attesa per ridere e sentirsi sognatrici. Dopo qualche anno da giornalista divenne ben presto la direttrice di Harper’s Bazaar. Cambiando l’editing della rivista inserisce più immagini, fotografie immaginarie che sapevano raccontare una storia oltre l’abito; divenne ben presto la donna più influente della moda, inserì nelle sue riviste modelle prese per la strada come  Lauren Bacall che poi ottennero un successo globale. Bazaar diventa ben presto la rivista di moda più influente nel mondo della moda. Dopo la ben ventotto anni al loro servizio, decise che era giunto il tempo per cambiare, così lascio Harper’S Bazaar per arrivare a Vogue portando la rivista a dei livelli inimmaginabili per l’epoca. La pillola, la minigonna, i Beatles avevano cambiato la visione di un decennio. Non erano più le famiglie borghesi cui lei voleva rivolgersi. La gioventù era la sua ispirazione e la nuova donna era la sua lettrice più irriverente. Per la prima volta la moda veniva dalla strada, ma Diana Vreeland amava stare sempre un passo in avanti rispetto al pubblico. Eliminò tutti quegli articoli banali come cucinare una torta, mangiare a tavola, bonton o buone maniere. Lei dà più spazio alle fotografie di moda, servizi fatti all’estero con fotografie scattate all’aperto da grandi fotografi. Vogue diventa la migliore rivista che interpreta il cambiamento della moda degli anni Sessanta, dove racconta il cambiamento della nuova generazione, le minigonne,  la rivoluzione giovanile e le nuove mode della strada. Percepì il cambiamento della moda e lo interpretò nel modo corretto e veritiero. Gli anni Settanta diventano per lei i nuovi anni Venti che ha vissuto e interpretato. Sono per lei gli anni più moderni e rivoluzionari di tutti i tempi. Negli anni ‘70 le vendite del giornale e degli spazi pubblicitari calarono bruscamente e Diana fu licenziata da Vogue. Aveva quasi settant’anni ma con la forza di una ventenne riuscì a reinventarsi diventando consulente per il Metropolitan Costume Institute, dove organizzò retrospettive creative e sfarzose rievocando i Balletti Russi, le corti dei Marhaja o esponendo gli abiti delle dive di Hollywood.  Ospita mostre dedicate a stilisti come Yves Saint Laurent e ne dedica una alla Belle Epoque. Negli anni Ottanta scrive una biografia magica e travolgente che vi consiglio di leggere: s’intitola DV Diana Vreeland ,dove ripercorre la sua vita e la sua arte di donna libera di sognare e di lavorare in modo del tutto creativo, perché la creatività doveva uscire della  pagine della rivista. La sua vita si spegne il 22 agosto del 1989 a New York, lasciando il mondo della moda più vuoto e spento, che lei ha sempre continuato a guardare anche da lassù…

 Chissà cosa penserebbe della moda di oggi e cosa direbbe di questo cambiamento dinamico e travolgente degli ultimi tempi. Io penso che potrebbe essere una perfetta icona di stile oltre che una  scrittrice  creatrice di un sogno e che saprebbe dialogare perfettamente con il mondo circostante. Lei che non si è  mai sentita bella ma che ci ha donato bellezza, incanto, sogno e fantasia. Ci ha insegnato il lusso silenzioso e elegante. Grazie Diana: un mito, un’ artista geniale e mai banale perché si sa che è la banalità a spegnere il mondo.

Michele Vignali.

 

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Diana Vreeland e Carmel Snow 

 

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Why Don’t  you? 

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Copertina di Diana Vreeland per Harper’s Bazaar Aprile 1956

 

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Diana Vreelan Curatrice della mostra su Balenciaga al  Metropolitan Costume Institute.

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Addio a Azzedine Alaïa. M.Vignali

Domenica, 19 Novembre 2017. 

 

 

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Ieri pomeriggio prima di dar vita all’evento Parole in Atelier ho incontrato Luisella Dalla Chiesa, sotto braccio aveva una monografia dedicata a Azzedine Alaïa così le faccio i complimenti per la lettura e lei mi informa che lo stilista ci ha lasciato in modo silenzioso e del tutto improvviso.

Alaïa uomo di statura piccola ma di grande cultura, capacità creativa ed espressiva. Tutti questi sono gli elementi che contraddistinguono una creazione dettaglia, perfetta, seducente, raffinata e mai banale perché ricca di una grande personalità. Lo stilista, nato a Tunisi nel 1940, si  è spento ieri in modo silenzioso ed improvviso  all’età di 77 anni lasciando il mondo della moda ammutolito e con  un grande vuoto. I suoi abiti e accessori erano amati dal star e top model degli anni Ottanta ne cito una su tutte, la Venere Nera Naomi Campebell che quest’anno è tornata a sfilare per la collezione  Haute Couture  dello stilista.  La passione per la moda dello Couturier Tunisino avviene in modo del tutto spontaneo grazie alle lettura di Vogue giornale di moda amato dalla sorella dove era attratto dallo  stile  di Dior e Balenciaga.  Alaïa studia presso l’Accademia di belle arti di Tunisi, seguendo un corso sulla scultura, sostenuto in questo da Madame Pineau, sua mentore e all’insaputa del padre. Da qui nasce il suo amore per la scultura che cerca di riportare e ricostruire nei suoi abiti scolpendo e lavorando il tessuto come se fosse marmo ma togliendo quella pesantezza che può avere una statua per lasciare la caduta leggera e sensuale del tessuto sul corpo. Prima di lui avevano lavorato al connubio scultura-abito stiliste come Madeleine Vionette o Madame Grès.

Finiti gli studi artistici lascia la sua terra natale per trasferirsi a Parigi nel 1957 anno in cui muore Christian Dior. Inizia una lunga gavetta e carriera come assistente  presso gli atelier di Guy Laroche e poi di Christian Dior. In questo periodo grazie a amicizie comuni Azzedine conosce donne che diventeranno per lui muse d’eleganza e amiche: dalla poetessa Louise de Villemorin a Greta Garbo, da Arletty a Cécile de Rothschild. il vero successo arriva da Thierry Mugler, cui segue la decisione di aprire un proprio atelier a fine anni ’70. La Ville Lumière lo accoglie a braccia aperte e gli spalanca le porte del successo. Schivo e timido, invece che usare la voce ha sempre preferito far parlare i suoi abiti, veri capolavori sartoriali, realizzati con una precisione quasi geometrica, creazioni che sembrano vive, materia tessile in costante tensione. Molte le grandi donne passate sotto le sue forbici, nell’atelier di rue de Bellechasse, sulla Rive Gauche. In quegli anni nella capitale francese conosce e frequenta sempre di più la sua icona la grandissima Greta Garbo. A lei confeziona Per lei confeziona un paio di pantaloni, un pull di jersey e un cappotto di taglio maschile, capi che diventeranno iconici per lui e per chi apprezza il suo stile così femminile e particolare. Nel 1979, realizza la sua prima linea prêt-à-porter, che presenterà poi ufficialmente nel 1981 nel suo appartamento di Rue de Bellechasse. L’hanno del successo  e dell’acclamazione è senza dubbio il 1982 grazie alla sfilata di New York. In questa collezione presenta abiti stretch, tagli laser, utilizzo di zip e forme super femminili in omaggio anche a Mugler.   L’estro nel modificare corpi e profili col suo gioco di taglio era stato celebrato due anni fa nelle sale della Galleria Borghese a Roma, dove tra le sculture del Bernini e del Canova, aveva portato 60 abiti creati nell’arco di un quarantennio. Una mostra-evento con alcune delle icone della ‘soft sculpturè di Alaïa, come l’abito viola realizzato per Grace Jones, e lo storico ‘Bondage dress’ del 1984 nella sala dedicata ai ‘Masterpiecè della sua arte. Un contrasto immaginifico di forbici contro scalpello: «Non penso molto all’eleganza in sé quando creo i miei abiti – aveva detto allora all’Adnkronos – ma al corpo delle donne. Questo per me è quel che conta davvero». Ci ha lasciato un anti conformista, ribelle e creativo che ha segnato le pagine più belle della moda dando vita ad una forma d’arte scultorea in movimento. Addio Alaïa insegna agli angeli a vestire con gusto ed estrema libertà.

Michele Vignali

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