Il Royal wedding di Harry E Meghan. M.Vignali

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Meghan in Givenchy Disegnato dall’illustratrice Angela Malinconico. 

Ci sono  favole d’amore che, leggendole,  si vorrebbero viverle. Ci sono quelle che vengono scritte e recitate. E poi ci sono quelle favole che si realizzano emanando   una grande magia, un sogno ad occhi aperti che talvolta si realizza.

Era questo che da piccola  sognava, da sempre, Meghan Markle e che  gli eventi della vita hanno reso realtà. Ha indossato l’abito bianco, ha trovato il Principe azzurro, ha calzato  la scarpetta di Cenerentola, scansato i fratellastri e le malelingue scrivendo un nuovo capitolo della storia  e della monarchia inglese.

 La storia d’amore tra Harry e Meghan è stata coronata da un matrimonio da favola non troppo spumeggiante e ridondante, una cerimonia solenne che scorre veloce, ricca d’amore, di sguardi, tenute di mano, di sorrisi e occhi lucidi. Un amore nato poco meno di due anni fa che ben presto li porta a convolare alle nozze. Harry lo scapestrato, il ribelle, il ragazzo dai capelli rossi mette la testa a posto e s’ innamora di una borghese americana, afroamericana, divorziata e con una famiglia ingombrante alle spalle. Di lei si parla sempre della sua famiglia perché fa gossip e fa vendere i giornali, di lei non si scrive quasi mai che è una femminista convinta, che si è fatta battagliera di cause importanti.  Harry e Megan entrambi ribelli ma uniti da una grande complicità e da un grande amore che si è visto negli sguardi compiaciti e passionali del matrimonio, nelle tenute di mano e nei sorrisi lucenti e ricchi di bellezza infrangendo le regole di corte.

Il matrimonio dell’anno, il loro, si è svolto nel castello di Windsor dove lei ha varcato da sola la soglia della St. George’s Chapel segando anche qui un nuovo capitolo ossia il fatto che non si era mai vista una donna sola arrivare al altare, indossa un semplice e minimalista abito bianco firmato dalla stilista Clare Waight Keller, prima donna  designer del marchio francese più famoso Givenchy: una scelta,questa, che sa anche di femminismo e di fiducia nel potere delle donne. Abito bianco, scollatura a barca, maniche lunghe a 3/4 come richiede il protocollo reale, corpetto super clean, punto vita ben segnato dalla linea a clessidra e velo, lungo 5 metri, leggerissimo e quasi impalpabile, solo lievemente ricamato lungo i bordi. Un abito in cady di seta che ci azzarderemmo a definire neo-minimal, perfettamente in linea con lo stile easy ma sofisticato che caratterizza Meghan. Firmate Givenchy Haute Couture anche le scarpe bianche in duchesse di seta e gli abiti delle sei damigelle. La tiara che trattiene il velo, invece, è la cosiddetta tiara Queen Mary, appartenuta alla regina Maria, moglie di Giorgio V e nonna della regina Elisabetta: fu realizzata nel 1932, inglobando al suo centro un fermaglio datato 1893. I discreti orecchini e il bracciale rigido tempestato di diamanti al polso di Meghan sono, infine, Cartier. Il velo rappresenta la flora caratteristica di ciascuno dei 53 paesi del Commonwealth, in una sorta di bouquet continuo altamente simbolico: un’idea nata da un preciso desiderio espresso proprio da Meghan. Che ha aggiunto, di sua iniziativa, due ulteriori fiori: un calicanto d’inverno, come quelli che crescono davanti al cottage di Kensington Palace dove lei ed Harry andranno a vivere, e un papavero della California, per non dimenticare le origini statunitensi della sposa. Il bordo del velo, dunque, è ricamato con fiori realizzati a mano in fili di seta e organza, ricamo per il quale le sarte hanno lavorato centinaia di ore, osservando l’accortezza di lavarsi continuamente e con attenzione le mani per non correre il rischio di sporcarlo. È perfetta in quel minimalismo raffinato, composto, pacato e mai fuori luogo. Ad alcuni la scelta non piace perché dicono troppo semplice e non vi è dunque il sogno. Altri sostengono che la scelta sia stata presa per mettere a tacere le malelingue e altri ancora credono che sia stata una scelta dettata e di marketing. Poco importa, perché lei era perfetta, Harry era emozionato, e tutti lo ammiravano. Questo abito entrerà nella storia e state certi che tra qualche mese tutte le spose lo vorranno, perché si sa che la monarchia inglese oggi funge da vera influencer.  Il suo ingresso ha lasciato tutti di stucco, ci ha stupito ma ci ha fatto sognare: quante di voi vorrebbero sposare un principe? Tutte! E lei ci è riuscita,  conquistando il ribelle Harry del Galles che con i suoi capelli rossi e la barba folta ha fatto breccia nel cuor di Megan.

In tutta la cerimonia è aleggiata la  presenza di Lady Diana, spesso oggetto di  paragone:lo si scrive e lo si vuole a volte forzare ma credo che sia più Kate Middleton ad assomigliarle mentre Megan, personalmente, la trovo più vicina a Wallis Simpson. Quello che certamente non può mancare è l’amore che tutta l’Inghilterra, e non solo, ha verso di lei, andata via troppo presto e strappata  all’affetto dei suoi figli.

Una cerimonia ricca di canti (stupendo il canto Gospel) raffinata, semplice e non opulenta come è nel loro stile, di persone che vogliono abbracciare la folla e non seguire troppo le imponenti regole dell’etichetta della monarchia inglese.

Questo matrimonio ci ha fatto sognare. Ci ha reso partecipi della storia, ce l’ha fatta vivere e ci ha emozionati. L’amore unisce, fortifica, ci rende immuni al dolore. Dove c’è amore c’è positività, perché l’amore vince su tutto, anche sulle ferree regole di corte e sul cuore di Queen Elizabeth, che ha permesso all’adorato nipote di sposare una donna diversa da come tutti se l’aspettavano. Viva l’amore, il sogno, viva la bellezza, viva la Regina e viva questo Matrimonio!

Omaggio dell’illustratrice Angela Malinconico a Meghan diventata  duchessa di Sussex.

Michele Vignali

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L’Arte di Vittorio Camaiani. M.Vignali

Lunedì, 26 Marzo 2018

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Foto di Carlo Tosti 

Le ultime passerelle delle Fashion Week di Milano e Parigi hanno dimostrato il fatto che forse non dovremmo più scrivere di una sola tendenza bensì di molteplici tendenze, di citazioni e suggestioni che vanno dal proprio io interiore dello stilista a connubi artistici che si compongono in abiti che si fanno messaggeri di questo stato di meravigliosa confusione creativa che deve saper parlare più lingue e acquisire un mercato continuativamente più vasto e frenetico. Perché, come sempre accade, la moda rispecchia i fattori storico-sociali di una nazione che oggi viaggia a colpi di like, influencer e fotografie che viaggiano alla velocità della luce o forse di un nanosecondo. Allo stesso tempo però ci sono stilisti che hanno ben chiaro cosa  vogliono le donne, cosa significhi rappresentare uno stile e poter permettere ad esso di parlare anche a distanza di anni lo stesso linguaggio :  quello dell’eleganza e della raffinatezza, fatta di dettagli, ricerca, legami artistici citati o espressamente riprodotti in una logica di portabilità estetica unica,  perché l’abito non deve solo vestire e coprire ma deve permettere ad una donna di sentirsi protagonista di quella storia ed interprete di quella determinata fantasia creativa.

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Foto di Carlo Tosti per la Collezione Marina P/E 2018 

La composizione di un capo è come l’incastro di un mosaico: tutto deve corrispondere alla logica del gusto estetico  che non è mai banale e fuori moda. Ogni pezzo di tessuto è cercato, costruito, inserito con estrema attenzione e cura. Ogni collezione svolge un tema, lo racconta, lo cuce, lo esalta o lo stravolge, lo fa con cura e dedizione, riflessione e meditazione che danno origine a capi che miscelano più forme d’arte, da quella del Futurismo ai sapori dei viaggi in Oriente. O i colori e le forme  che danno vita a capi dedicati all’ultima grande diva  Marina Ripa di Meana, icona di stile eclettica e per molti versi pungente. Ma chi la conosceva bene sapeva che coesistevano una Marina Personaggio e una Marina intima che pochi conoscevano.

 

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Foto di Carlo Tosti per L’atelier per un Giorno a Roma di Vittorio Camaiani a Roma.

Vittorio Camaiani entra in punta di piedi nella moda, crea e realizza abiti che sono femminili al punto giusto, seducenti ma non scandalosi: ripercorrono luoghi comuni come il maschile e il femminili che s’ incontrano in tessuti diversi e danno vita a dialoghi profondi ed intimi che non litigano.  Infatti vanno d’accordo come se si abbracciassero in un pensiero di eterno amore, abbandonando stereotipi che cercano solo di incasellare persone in gabbie. Ogni capo è diverso, curato nei minimi dettagli e particolari, ogni collezione può viaggiare insieme o staccata si può unire anche a quelle precedenti. La moda di Vittorio Camaiani  è un teatro fatto di una rappresentazione da palcoscenico lirico che quando chiude il sipario e torna nell’intimità del suo io e  va alla ricerca di altri viaggi per comporre un’altra delicata opera  che cade con cura sul corpo come una raffinata musica di Mozart.

Michele Vignali.

Foto di Carlo Tosti.

Il Surrealismo moderno di Vivetta A/I 2018/19. M.Vignali

Mercoledì, 14 marzo 2017

 

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Credit Vogue 

La collezione F/W 2018-19 di Vivetta Ponti ha sfilato nel calendario della Fashion Week Milanese lasciando il segno per l’estro creativo, le citazioni artistiche e lo stile senza tempo. La collezione autunno-inverno è ambientata nella città Eterna, che ha sempre lasciato il segno attraverso artisti e  personaggi che hanno fatto della Capitale un punto di riferimento. Quella che viene tradotta in abiti è la Roma degli anni anni Ottanta,caratterizzata dal gusto borghese e ribelle de “I miei primi 40 anni”, titolo di un iconico e travolgente libro scritto dall’ironia pungente di Marina Ripa di Meana, l’ultima diva che non ha mai avuto paura di osare, criticare e dialogare. Grandi protagonisti sulla passerella sono  le stampe dei foulard per la promozione dei profumi. Protagonista è  la ciniglia, i drappeggi, i tessuti lucidi che segano un ideale di lusso e benessere sofisticato e delicato in  quel gusto di esagerare le forme e i volumi. E i colpi di teatro, le iperbole del guardaroba femminile. Per la collezione Autunno/Inverno 2018/19, Vivetta mescola le carte del gioco e della creatività  e si avven­tura in un universo estetico diametralmente opposto alla sua parabola creativa. Ne fa un argomento leggero, colorato, surreale e mondano dando vita a vere e proprie opere d’arte da indossare. È una creazione che si addentra in quel romanticismo d’epoca con curiosità, senza nostalgia, attualizzando il gusto di ieri con una gioia e uno sguardo tutti contemporanei. Stampe innanzitutto: di bocche, di cuori, citazioni di surrealismo che è un perfetto connubio di conoscenza di quell’arte sofisticata e tagliente che ha reso celebre lo stile di Elsa Schiaparelli che della sua moda ne ha fatto un leitmotiv.

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Credit Vogue 

 L’immaginario sdol­cinato diventa affilato, glamour, divertimento puro. Sono donne che non hanno paura di osare e di essere sofisticate con ciò che indossano.  Sicuramente è empowerment femminile, simbolo di quel decennio. I tessuti della grande tradi­zione maschile s’illuminano di colori da sorbetto: finestrati e Principe di Galles perdono la solennità della lana inglese e si arricchiscono di dettagli forti come i bottoni di smalto a forma di occhio. La giacca diventa una camicia e la camicia una giacca: grazie alla tecnica dell’aggugliato i mondi si uniscono fondendosi come a significare che i ruoli e le tradizioni si possono invertire per vedere sempre lo spiraglio di maggiore libertà. Non solo abiti da sera, il nuovo sviluppo di Vivetta punta a una couture da giorno.

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Credit Vogue 

Con fiocchi, ruches e drappeggi che si appoggiano sul corpo come se una bambi­na si provasse l’abito della mamma cambiandone linee, sviluppi e proporzioni. Tutto è corto o lunghissimo. E il ricamo accresce la preziosità: le mani, tema cardine di Vivetta, formano nuovi abiti a intrecci; e gli Swarovski punteggiano e sot­tolineano disegni e stampe. Lo sport, infine, ristabilisce il potere del casual: oversize, stampati o colorati, gli imbottiti di piuma sono i nuovi capospalla di stagione.

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Credit Vogue 

Questa vuole essere una collezione che sa parlare a tutti, che dice e racconta quello che noi stiamo vivendo e guardando con i nostri occhi, di tempi mutevoli e in forte cambiamento dove forse quello che sta riemergendo dal passato è la bruttezza e il terrore. Così si ha bisogno di un scopo glamour e fascinoso, per essere portati via da quella situazione e affrontarla con stile e unicità.

Michele Vignali.

 

 

Lo stile di Elisabetta II. M.Vignali

Lunedì, 26 Febbraio 2018 

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La Regina Elisabetta II insieme a Anna Wintour alla London Fashion Week.  Foto presa da Look da Vip

 

Lunedì scorso questa foto entrava nei memoriali della storia quando per la prima volta a Novantun anni Presenzia ad una sfiata di moda.

Ma la domanda è si può parlare di uno stile Elisabettiano?

Sabato 3 febbraio 2018 ho avuto il piacere di colloquiare dello stile Elisabettiano con Marco Ubezio,  appassionato e cultore della Regina Elisabetta II, in occasione dell’evento “Un tè con Elisabetta” tenutosi nel calendario di eventi di Parole in Atelier presso l’atelier della stilista parmigiana Izabel Narciso. Il 6 febbraio del 1952, all’età di ventisei anni, è salita al trono dopo la morte prematura del padre Giorgio VI incoronato in seguito all’abbdicazione del fratello Edoardo VIII dopo un solo anno di regno. La decisione fu presa perché il Re Edoardo voleva essere libero di sposare l’amante americana e divorziata Wallis Simpson.   Elisabetta è diventata regina e ha portato avanti il suo compito di sovrana con grande naturalezza, impegno, rigore e dedizione verso il suo ruolo anche se la sua idea di vita era un’altra, più semplice, a contatto con la natura, da vivere in campagna con tanti cani e una tenuta agricola.

Il suo è uno dei regni più longevi dalla storia,ben sessantasei anni:quello più lungo dopo il Regno della Regina Vittoria che  nella storia  del costume e della moda prende il nome di Epoca Vittoriana, durata dal 20 giugno 1837 fino alla sua morte, avvenuta il 22 gennaio 1901  per un un totale di sessantaquattro anni.

Pertanto oggi si può iniziare a parlare di un’epoca elisabettiana: nel corso  del suo regno ha incontrato la bellezza di sei papi, diversi primi ministri, stretto innumerevoli mani e incontrato teste coronate  in tutto il mondo in numerosi viaggi ufficiali.

Se per la storia si può parlare di un’ epoca Elisabettiana, per la Storia del costume si può parlare di uno stile Elisabettiano caratterizzato dall’utilizzo dei colori, cappelli, gioielli e borse che ne incarnano perfettamente un personaggio diventato un’icona pop amata e idealizzata non soltanto dai sudditi inglesi in tutto il mondo.

Ogni monarchia che si rispetti ha un proprio dress code e etichetta di corte. Senza dubbio i Windsor sono rimasti i più fedeli alle regole del Royal Dress code che si distingue per essere il più formale , elegante, tradizionale e rispettoso dell’etichetta che non mette errori se non qualche cambiamento di look e modifiche dato dalla nuove principesse, che stanno diventando sempre più amate per il loro stile diverso e più essenziale. Ma questa è un’altra storia.

Dei look della regina Elisabetta si sanno poche cose: quelle che sono trapelate dal palazzo o raccontate dai suoi assistenti o stilisti. La Regina Elisabetta ha una squadra di dodici persone che curano il suo guardaroba mantenendolo sempre curato nei minimi dettagli. Ha avuto tre stilisti che l’hanno accompagnata. Senza dubbio il primo da citare è Norman Hartnell, che ha disegnato gli abiti per i momenti più significativi della sua vita, come il vestito da sposa e quello per l’incoronazione. Il secondo è Hardy Amies che si è preso cura del guardaroba della regina fino al Giubileo del 2002 e poi Angela Kelly, attuale sua assistente personale. Partiamo ad analizzare i suoi outfit partendo dall’alto:  per prima cosa i cappelli, che alla sovrana piacciono tradizionali, a tesa non troppo ampia per permettere a tutti di vedere la sovrana. Pur mantenendo la semplicità sono anche ricercati e raffinati, che a volte parlano per lei come quello indossato l’indomani della brexit al Parlamento, in cui indossava un cappello color glicine con un’applicazione di fiori somigliante alle stelle dell’Unione Europea. Alla Bbc, Diana Mather, tutor della società di consulenza The English Manner, ha spiegato che l’etichetta imponeva che le donne portassero cappelli per gli eventi formali: «Fino agli anni Cinquanta non si considerava appropriato, per le donne, mostrare i capelli in pubblico. Ora, invece, i cappelli sono riservati a occasioni più formali». L’etichetta dice anche che dopo le sei del pomeriggio i cappelli lasciano spazio ai gioielli e a una tiara diamanti. Una cosa è sicura, dopo le sei del pomeriggio il cappello non va mai indossato. Perché quando le Ladies si cambiano per la cena, il cappello cede il passo ai gioielli, a una tiara semmai. Un altro elemento che contraddistingue la Regina è l’utilizzo dei guanti:l’esperto d’etichetta Grant Harrold racconta che ‘’ nessuna donna che si rispetti si fa vedere in pubblico senza guanti’’ . Un tempo i guanti avevano una funzione igienica mentre oggi più che altro estetica. Tanto più un’occasione è formale tanto più saranno irrinunciabili i guanti. «Molto dipende dai suoi abiti, da dove si trova, da quel che sta facendo» . I look di sua Maestà sono senza dubbio caratterizzati dall’utilizzo dei colori accesi e ben riconoscibili, la regina non vuole passare inosservata. Le motivazioni possono essere due, il primo è per un fatto di sicurezza: la Regina Elisabetta deve essere ben riconoscibile agli occhi di tutti e in caso di attentato o di grande folla deve balzare agli occhi della sicurezza. La Bbc ricorda una citazione che viene attribuita a Elisabetta: «Se mi vestissi di beige, nessuno saprebbe chi sono». Ne aggiungerei una seconda: «Se nessuno vede la regina, perché credere nella regina e nella monarchia» (un’altra frase che si dice a Londra abbia pronunciato Sua Maestà). Nelle sue apparizioni pubbliche ma anche private la regina indossa sempre gioielli pregiati, preziosi e unici con montature raffinate e preziose tramandate di generazione in generazione. Da etichetta emerge che i gioielli della corona vengono indossati dalle donne della famiglia reale sono se sono sposate. I Windsor sono amanti delle tiare e delle spille che sono utilizzati per  mandare segni di diplomazia, soft power dei preziosi. . «Non  si mettono i gioielli e le tiare durante il giorno», spiega Mather, «e solo le donne sposate possono portarle. Era un segno di status, e indicava immediatamente che una donna aveva marito, e non stava cercando compagnia». Per quanto riguarda i gioielli è Angela Kelly che se ne occupa. La vastità della collezione dei preziosi della famiglia reale può creare confusione. E’ l’assistente personale della regina quindi che, per rendere la scelta più facile: seleziona una rosa di tre o quattro monili, scegliendo generalmente tra quelli che appartenevano a sua nonna regina Mary. Alcune curiosità che emergono dei look della regina sono che: ogni abito viene fotografato e schedato per evitare che la regina incontri persone con lo stesso look e gli stessi gioielli. Potrebbe scoppiare uno scandalo! Inoltre lo staff rinforza ogni orlo di abiti e gonne  con piombini per farli cadere sempre dritti e non incorrere a incidenti scandalosi. L’uso della borsa è molto importante, sono firmate dal  brand  Launer London, specialista nella pelletteria di lusso. Pare che la borsetta sia anche usata dalla reale per inviare segnali al suo personale. Stando a un articolo del Telegraph “se la regina pone la borsetta sul tavolo a cena, segnala di voler chiudere l’evento a cui sta prendendo parte. Se invece mette la borsa sul pavimento indica che la conversazione non è più di suo gradimento e invita la sua dama a trarla in salvo”.

Questi sono alcuni dei principali segreti del successo del look e dello stile di una delle Regine più amate e importanti della storia contemporanea. La regina Elisabetta è senza dubbio un’icona senza tempo e ricca di grande fascino e …potere.

Michele Vignali.

Valentino Garavani Premiato al ‘FASHION WEARS PEACE’ che ARRIVA AL PARLAMENTO EUROPEO. M.Vignali

Martedì, 20 Febbraio 2018.

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L’ultimo Imperatore della moda italiana Valentino  Garavani maestro del Rosso Valentino e di una moda che incarna sempre una Dolce Vita senza tempo. Oggi, a distanza di svariati anni, per la prima volta l’European Parliament accoglie, dando il suo patrocinio, un’iniziativa che ha per oggetto il fashion system declinato dal punto di vista etico-sociale. Valentino Garavani verrà premiato, in quanto uomo di Moda e di Pace per aver realizzato, nel 1991, nel pieno della guerra del Golfo, l’iconico “Peace Dress”: il lungo abito bianco con su ricamata parola PACE in 14 lingue diverse, diventando così un messaggio universale di speranza.  Perché la moda è molto di più di semplici abiti, la moda può essere manifesto di pace ma anche di cause nobili come lo stesso Valentino ha fatto creando un’abito che oggi entrerà a far parte della storia del costume come le sue prime e iconiche collezioni. Valentino è un maestro di un gusto raffinato e senza tempo che anche quando deve fare ” Scalpore” o ” Rumore” con un’abito lo fa sempre in modo molto composto e educato come se si avesse paura del giudizio.  Il premio è stato creato da da AFRICAN FASHION GATE. L’idea è quella di vedere la moda da un punto di vista etico e sociale, come portatrice di messaggi forti, ‘umanistici’, pieni di significato. Da sempre la moda si è basta sui cambiamenti storici-sociali subendoli, influenzandoli, cambiandoli e esaltandoli dandogli sempre un messaggio positivo e veritiero. 

 

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Michele Vignali.

 

 

Inside di Vittorio Camaiani S/S 2018.

Lunedì, 12 Febbraio 2018. 

 

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Roma, sabato 10 febbraio ’18 Coffee House di Palazzo Colonna Roma.

 La collezione primavera-estate dello stilista marchigiano Vittorio Camaiani dal titolo Inside è un viaggio introspettivo dentro di sè e dentro la sua anima d’artista del tessuto e della creazione  di abiti che rappresentano sempre un happening di creatività e capacità sartoriale di grande livello e classe.  Siamo stati da sempre condotti nei viaggi dello stilista che ci introducevano nel mondo dell’arte, quando si ispirava a Magritte e Velàzquez o a scenari fascinosi di luoghi evocativi e ricchi di alchimie come l’Egitto e il Marocco,che si trasportavano su meraviglie in tessuto raccontando storie silenziose e ricche di magia. Questa volta lo stilista non cita altri ma cita se stesso, si guarda nel profondo, sceglie, analizza, racconta, percepisce se stesso e la sua intimità e ce la racconta cucita e composta in abiti che non possono parlare ma emozionare e tenerci in sospeso. Non sempre è facile guardarsi dentro per gli artisti: a volte è molto più facile far sì che siano gli altri a domandare e raccontare per conto loro. Per questo quello che fa Camaiani è una grande presa di coscienza del proprio io in cui ci vuole raccontare il suo immaginario, i  suoi sogni, le sue memorie, e divide la collezione in quattro “quadri”, che corrispondono ad altrettante dimensioni interiori e creative e a tematiche a lui care dando vita così ad una sfilata-mostra della sua personalità  d’artista.

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Collezione Marina. Vittorio Camaiani e Lucrezia Camaiani

La sfilata si apre con  l’omaggio all’ Ultima Diva e Musa dello Stilista: Marina Ripa di Meana, recentemente scomparsa a causa di una grave malattia. La capsule dal titolo ‘’Marina ‘’ vuole omaggiare un’amicizia  contraddistinta dalla stima reciproca e dallo stesso amore per il bello. Non poteva mancare, “dentro” Vittorio Camaiani, questo personale omaggio a una figura che ha lasciato un segno indelebile nell’immaginario collettivo, con le sue battaglie, con il suo humor, con la sua eleganza e, non dimentichiamolo, con la sua passione per la moda. Da tempo Vittorio e Marina progettavano insieme una collezione di maglieria pret-a-porter nelle nuances a lei care: il viola, il rosso, il verde, con la quale celebrare un rapporto speciale in nome di quella creatività che appartiene ad entrambi. Marina era già stata musa ispiratrice della collezione “ContrariaMente” nel 2016 e chi meglio di lei poteva incarnare quella donna moderna e affascinante che attraverso la moda esprimeva al contempo personalità e inquietudini senza rinunciare ad uno stile unico. Con questa capsule Vittorio Camaiani riporta in vita lo spirito di Marina, guardando con affetto al periodo giovanile della celebre icona di stile. Ne esce una collezione frizzante, giovane, tra completi in punto Milano dalle spalle appuntite, maglie e abiti dal taglio asimmetrico, con cui rivive lo stile inimitabile di Marina, sempre sospeso tra eleganza e ironica provocazione.

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La mostra inizia con un primo quadro che ha come ispirazione ‘’ il viaggio ‘’, da sempre fonte importantissima per lo stilista. Quest’ opera la potremmo titolare ‘’ La mia Africa’’ perché è quasi un safari  della mente virato nei colori latte e corda, che ci porta tra le sabbie del deserto reinterpretando in chiave contemporanea l’epoca delle viaggiatrici. Camaiani ripropone il più iconico dei capi “da viaggio”, la sahariana, fatta diventare un elemento di grande moda da YSl negli anni Settanta, stilizzata nelle giacche ed evocata dalle tasche color corda applicate su abiti di lino e da pettorine lasciate intravedere sotto le bluse in chiffon.

 

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La seconda sessione è titolata ‘’Maschile Femminile’’ tratto distintivo dello stilista che ha sempre giocato con grande bravura sui due sessi. Camaiani propone una propone una femminilità sofisticata che non perde mai la sensualità nel rigore sartoriale delle forme. Elementi tradizionalmente riservati all’abbigliamento da uomo come: gilet, bretelle e camicie, dal collo rigido stile anni venti, vengono ironicamente declinati al femminile su completi pantalone, tute e tubini su cui risaltano revers da giacca maschile. Lo shantung, il satin e i tessuti operati sono virati nei toni del blu, del rosso e del grigio. Sono donne che osano nella classe della seduzione composta e sempre pacata non cadendo mai nella volgarità e nell’eccesso è quell’eleganza misurata.

 

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La terza sessione ha per nome contrapposizione ‘’ oriente- occidente’’ il cui rientra come protagonista l’influenza del viaggio e dell’ispirazione delle altre culture: infatti non a caso lo stilista ha compiuto un viaggio tra Dubai e l’Indonesia, dove da anni vengono realizzati a mano i batik che disegna personalmente. La metropoli si confronta dunque con la foresta tropicale, i grattacieli con le foglie della giungla stilizzate, con una fantasia che decora top, pantaloni e abiti a vestaglia. La foglia esotica torna riapplicata a mano su altre fantasie, mentre sui toni a contrasto del grigio cemento e del blu oceano si costruisce il capo con top, gonna lunga aperta e pantalone. Una reinterpretazione sofisticata e contemporanea dell’abito orientale che da sempre nella storia del costume e della moda ha rispecchiato grande fascino e successo rimanendo nel tempo l’essenza giusta per creare un giusto mix di influenze.

 

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La sfiata si conclude con la ‘’ Couture ‘’, maestra estrema e rappresentativa dello stilista che si è sempre fatto conoscere per la sua preziosità e semplicità cucita in capi che hanno sempre emozionato. La sessione  couture celebra anche i suoi trent’anni di lavoro. Sceglie uno dei suoi capi più iconici, la tuta, declinandolo in versioni diverse nei toni accesi del verde, del blu, del rosso e del grigio e in tessuti preziosi come il cady, l’organza, lo shantung e la seta a trama lino. La parte sera si presenta come la più “architettonica” della collezione, con costruzioni couture come la tuta rossa con scollo a revers e l’abito con sovrastruttura balloon in organza, una “velatura” intesa quasi a proteggere la bellezza della donna e che racchiude l’essenza dell’approccio di Camaiani al femminile. Completano “Inside” le calzature realizzate da Lella Baldi su disegno dello stilista, che ripropongono i colori della collezione tra camoscio, juta e pelle e gli originali cappelli realizzati da Jommi Demetrio.

 

 

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Il viaggio interiore di Vittorio Camaiani ci ha permesso di conoscere un po’ più nel profondo la sua essenza di artista sensibile e veritiero, che usa la moda come concetto d’arte dove raccontare in parte se stesso e le sue ispirazioni cucite in abiti che non possono raccontare il suo io interiore ma possono farcelo immaginare. Perché come si dice: “ Quando si compie un viaggio lo si fa per tornare sempre se stessi, ma più ricchi nell’anima e nel profondo, per ripartire così a creare una nuova avventura”.

Foto di Alessandro Lanciotti.

Michele Vignali.

 

Parole In Atelier Un Tè con Elisabetta.

Domenica, 28 Gennaio 2018

 

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Locandina Creta da Sofia Barbieri.

Svelato il secondo appuntamento per il mese di Febbraio del 2018 dell’evento di Parole in Atelier.

Dopo il Successo dell’incontro di Sabato 20 Gennaio 2018 dedicato ai Futurismi tra Arte e Moda in cui sono interventi il fashion style Michele Vignali e la Storica e Critica d’arte Eles Iotti che hanno delineato l’importanza del Futurismo sotto l’aspetto dell’arte e della moda trovando anche punti di riferimenti con il modo della moda e dell’arte del momento.  L’appuntamento in calendario per sabato 3 febbraio invece prevede un tè delle Cinque dedicato alla Regina Elisabetta II che nel corso degli anni è diventata  un’icona pop amata sia dai suoi sudditi che non. Nel corso del suo lungo Regno, uno dei più longevi della storia, si è fatta amare per quel suo fare sempre pacato e composto ma anche per le sue mise che la rappresentano incarnandone un personaggio di tutto rispetto.  Interverranno  l’appassionato e Cultore della Regina Elisabetta II Marco Ubezio che la racconterà tra biografia e segreti di palazzo. Il fashion style e critico  Michele Vignali che parlerà dell’importanza del linguaggio non verbale dell’abbigliamento come emblema di comunicazione delineando l’importanza dei colori e degli accessori che la distinguono. Il pomeriggio vuole omaggiare una delle Regine più amate, influenti e rappresentative di della storia contemporanea.

Vi aspettiamo per tanto Sabato 3 Febbraio ore 16.30 presso L’atelier di Izabel Narciso in Borgo Padre Onorio 16 C/D Parma.

Dress Code: Per l’occasione bisogna indossare un accessorio in stile Elisabettiano come cappello, spille, colori incisivi e ben riconoscibili, borsette e guanti.

A sabato,

Michele Vignali