Vittorio Camaiani si ispira a Marrakech. M.Vignali.

Giovedì, 6 Luglio 2017. 

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La capsule collection FW2017 realizzata da Vittorio Camaiani ha sfilato nei giorni di Altaroma nel giardino di Marina Ripa di Meana.

Le suggestioni creano nuove emozioni, i colori esaltano i sensi e il viaggio conduce a respirare nuove idee, culture, forme, dando vita a un inedito connubio di arte su arte.  La collezione haute couture di Vittorio Camaiani è tutto questo: una melting pot di stili autentici che confluiscono nella capsule collection dal titolo ‘’Vittorio Camaiani a Marrakech’’. A fare da cornice all’evento, in occasione di Altaroma, l’ineguagliabile giardino esotico di Marina Ripa di Meana che per una sera si è trasformato nei Giardini Majorelle in Marocco.

Lo stilista marchigiano trae ispirazione da un viaggio in Africa settentrionale che è stato il giusto ‘’Là’’ creativo per confrontarsi con l’universo misterioso del Maghreb regalando un sapiente omaggio alle terre speziate, ai mosaici, alle sfolgoranti luci come alle misteriose ombre.

La collezione di Camaiani riporta in auge l’incantevole Marrakech di Yves Saint Laurent. Il viaggio lega passato e presente che avrebbe sicuramente affascinato anche Taliha Getty, prima fashion icon degli anni Settanta, che importò per prima in Italia e precisamente a Roma, l’estetica Etno-Chic del Marocco.

Lo stile di Camaiani, non si smentisce e le sue collezioni, riescono sempre ad emanare sottili e ricche citazioni, trafugate al passato e reinterpretate al presente in un gioco diretto di raffinati rimandi che evocano il ‘’suo’’ Marocco.

La couture è un qualcosa di prezioso e gli abiti dello stilista Vittorio Camaiani sanno sempre comunicare ed esprimere in prima persona.

La collezione è divisa in parti diverse con un unico fil rouge esaltato dalle bellissime decorazioni delle maioliche antiche, una palette cromatica speziata che sembra quasi lasciare sillage olfattivi di autentico mistero sui meravigliosi capi di alta sartoria.

Per la parte giorno, il giallo, il rosso, l’ocra, si trasformano per magia negli intarsi delle bluse in cachemire in deliziosa carta da zucchero, che cita la latta dei barattoli delle botteghe del souk di Marrakech. Le spezie tornano poi nei riquadri sartoriali in lane bouclé, tweed dei cappotti a vestaglia e nei ponchos. Il blu indaco dei mosaici della Madrasa Ben Youssef compare nelle tessere di lana bouclè appoggiate alla silhouette dei pantaloni o nelle tasche delle gonne in flanella grigia, in un gioco suggestivo e quasi futurista che compone e ricompone i disegni tipici dell’arte marocchina.

Al calar della notte, quasi per magia, le mise diventano ancora più esclusive: le bluse di organza di seta si impreziosiscono di maxi tessere tempestate da cristalli in un mosaico apparentemente scomposto, abbinate a pantaloni neri decorati a tessere multicolor.

Le tute caftano e gli abiti da sera alternano sapientemente i batik dipinti a mano su disegno dello stilista alle lane ricamate. Il metallo lavorato artigianalmente con placche decorative proviene direttamente dal souk di Marrakech e si appoggia sulle spalle di giacche in flanella grigia e chiffon.

Le calzature realizzate da Lella Baldi vengono declinate nella palette della collezione in stiletti e stringate che citano le babouches, mentre i cappelli che accompagnano molti dei capi richiamano in versione femminile il tipico fez marocchino.

Camaiani rappresenta attualmente la figura di un moderno artista dello stile che ama sperimentare e mixare, talvolta ironicamente, arte, moda e cultura. Ogni collezione parla al presente ma volge lo sguardo al passato, ai ricordi, regalandoci quell’amarcord che le contraddistingue. L’unicità, molto spesso, sta nell’arte di saper emozionare e raccontare una storia che non avrà mai fine.  Per questo le collezioni di Camaiani, ognuna nella sua esclusività, resta impressa nel nostro immaginario come un film dal piglio felliniano. Ogni sfilata è uno storytelling che rispecchia il lato più profondo e recondito dello stilista e che solo l’occhio attento di chi ama veramente l’arte riesce ad esserne catturato, avvolto nella storia come in un sogno ad occhi aperti.

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Michele Vignali,.

Ph. Carlo Tosti.

La recensione la trovate anche nella sessione Vintage-Amarcord di Alvufashionstyle.

Una visita al Vittoriale degli Italiani: casa museo di D’Annunzio.M.Vignali.

Sabato, 24 Giugno 2017 

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La scorsa domenica sono stato al Vittoriale degli Italiani ossia la casa museo di Gabriele D’Annunzio.

Nel giro di due anni ho visitato il Vittoriale per ben due volte e come sempre è un’emozione unica perché significa entrare nell’intimità del poeta Vate del primo Novecento Italiano.

All’interno della dimora italiana, dove ha trascorso gli ultimi anni, ho scoperto tantissime storie, aneddoti attraverso una miriade di oggetti regalati e comprati che rendono le stanze della casa ricche, opulenti, leggermente soffocanti ma estremamente magiche.

Ogni camera ha un tema diverso ed è sviluppata in base a quello che D’Annunzio amava. “Se dovessi vivere al Vittoriale sicuramente amerei immergermi nella vasca del bagno blu, all’interno del quale si possono trovare quasi mille oggetti che spaziano da pattini, spazzole, vasi di profumi, statue e ceramiche preziose”.

Un’altra stanza, che mi ha colpito molto, è lo studio dove scriveva. Un luogo molto luminoso, pieno di libri, statue, fotografie di momenti celebri, un calco dell’unica donna amata, Eleonora Duse, alla quale ha coperto il volto per poter continuare a scrivere e non essere distratto da tanta bellezza, o magari, lo avrebbe ispirato a un’altra meravigliosa ode come La Pioggia nel Pineto (ndr).

All’interno dello studio è anche inserita una riproduzione della Nike di Samotracia emblema di forza. È possibile ammirare diverse riproduzioni di statue o celebri opere d’arte come quelle di Michelangelo che però D’annunzio personalizza e rende ancor più uniche coprendo o esaltando alcune parti del corpo.

Come ho già avuto modo di illustrare, la casa è molto cupa, perché il Vate purtroppo aveva un problema ad un occhio a causa di un incidente di guerra e quindi ha dovuto coprire tutte le pareti con tessuti pregiati disegnati e realizzati dall’amico Mariano Fortuny.  All’interno della sua casa museo ricorrono anche molte sue citazioni e di Dante, come ad esempio ‘’ Ricordati sempre d’osare’’, ‘’ Io ho quel che ho donato’’ oppure ‘’Ardisco non Ordisco’’.

Essendoci tornato per la seconda volta ho potuto ammirare nel dettaglio alcune cose che alla prima visita mi erano sfuggite. È ancora molto inebriante il profumo di rose che lui stesso utilizzava. Ho immaginato la sua presenza, lì tra le pagine di un libro e subito mi sono domandato… Chissà cosa avrebbe scritto della società odierna?

Nel bellissimo parco c’è anche un teatro e il suo mausoleo si trova nel punto più alto del giardino su una colonna all’interno di un sarcofago attorniato da caduti di guerra. Eppure nei dintorni, si può ammirare il lago, pieno di luce al contrario della dimora. Potremmo quasi affermare ‘’ poca luce in vita, tanta in morte’’.

Nel 2010 è stata inaugurata la sessione D’Annunzio segreto, dedicata alle sue passioni e a quello che di più intimo racchiude il Vate. Questo percorso racconta il D’Annunzio esteta, dandy e cultore del bello. La sessione offre una piccola parte del suo guardaroba e delle sue passioni da stilista.

Prima di essere un grande poeta D’Annunzio è stato un giornalista di cronache mondane per diversi giornali romani come ‘’ Capitan Fracassa’’, ‘’ Cronaca Bizantina’’ e soprattutto ‘’ La Tribuna’’ con cui collabora dal dicembre del 1884 al 1888 e in cui racconta con grande maestria, classe ed eleganza le serate mondane a cui partecipava nella città eterna come invitato e cronista di attualità.

Gli anni Romani (1881-1891) vedono dunque un giovane D’Annunzio che si fa strada nei salotti frequentati dall’alta aristocrazia, un mondo di eletti che diventerà l’argomento dei suoi pezzi giornalistici e, qualche anno più tardi, nel 1889, de Il Piacere. Potremmo, quasi, definire questo romanzo una sua biografia ed il protagonista, Andrea Sperelli, che trascorre la sua esistenza all’insegna del principio esteta del “vivere la propria vita come se fosse un’opera d’arte”.

Un articolo molto interessate scritto appunto sul quotidiano la ‘’ Tribuna’’ del 11 dicembre del 1884 scrive una cronachetta dedicata alle pellicce. Esempio straordinario della moda che diventa racconto.  La pelliccia e i peli d’animale sono molto apprezzati da d’Annunzio tanto che nel suo romanzo più celebre il Piacere fa indossare ad Elena e Maria pellicce preziose e raffinate. Da qui si può intuire l’influenza del giornalista D’annunzio nella sua opera letteraria più celebre.

Ma oltre a questa unione tra giornalismo e moda possiamo notare un altro elemento poco conosciuto del D’annunzio come ad esempio la sua passione per il disegno di abiti e stoffe di seta che adorava regalare alle sue amanti, si dice soprattutto che prediligesse le sottovesti di colore rosso e viola.  Alcune di queste si possono ammirare nelle teche del museo nello spazio dedicato al D’annunzio segreto. Ma anche capi di abbigliamento da giorno e sera insieme ad alcuni indumenti intimi come calze e mutande rigorosamente firmate con le sue iniziali.

Oltre ad abbozzare linee d’abbigliamento si divertiva a creare meravigliosi motivi decorativi per le stampe dei tessuti che potevano essere floreali o orientali, molto in voga all’epoca, realizzati, preferibilmente, in rosso o azzurro, visto che il poeta li considerava colori erotici.

Le sue idee ed istruzioni su come creare i capi erano inviati a famosi atelier manifatturieri come Paulè Andrée Léonard e Belloni a Milano; Hermès a Parigi, De Nicola a Napoli, i Lanutti a Roma.  Instancabile ricercatore di tessuti e fogge, si adornava di velluti e sete lussuose, come i meravigliosi broccati di Giuseppe Lisio e i tessuti sognanti di Mariano Fortuny. Orgoglioso delle sue creazioni stilistiche, fece apporre su di esse l’etichetta, in latino: “Gabriel Nuntius Vestiarius fecit”.

Nel guardaroba ideale d’annunziano, sicuramente troveremmo centinaia di camicie e pigiami di seta, cravatte, cappelli, vestaglie a saio in stile Balzac, smoking, divise militari, paletot a tre bottoni scarpe in pellami pregiati selezionati di persona e realizzate interamente a mano, stivaletti in vitello e scamosciati, di tutti i colori, bianchi, marroni, neri o con ghette di feltro.

Inoltre, numerosi capi di biancheria intima come camice da notte con un “oblò” sul davanti, vestaglie di ogni tipo, se ne contano, infatti, 360 ovvero una per ogni notte. Prediligeva tessuti preziosi come la seta, considerata un tessuto etereo, che per lui rappresentava la sensualità ma favoriva anche il sogno. Aprendo i suoi armadi esce un’inaspettata nuvola di perbenismo: stoffe inglesi, cappelli di rito, guanti, calze di lana pregiata.  Amante dei dettagli e della perfezione curava con zelo gli abiti che indossava per mostrarsi al suo pubblico in modo da essere sempre al centro dell’attenzione e ammirato come, oggi si direbbe, un’icona di stile. Avevano ragione gli intellettuali francesi, quando dicevano che recitava sé stesso, che si comportava come un impresario in cerca di committenti.  D’Annunzio fu anche testimonial di campagne pubblicitarie per l’Amaro Montenegro e l’Amaretto di Saronno; non mancò di lanciare la propria linea di profumi, “Acqua Nunzia”; fu lui a ribattezzare i celeberrimi magazzini Bocconi di Milano “La Rinascente”.

Strinse un assiduo legame con Alessandro Buccellati, l’illustre gioielliere milanese, al quale commissionò numerosi oggetti preziosi. Ma la moda non fu solo questione di marketing per il poeta, la moda fu parte della sua “arte di vivere e di amare”. Si comportava con le parole come con gli abiti: li amava entrambi e li conosceva talmente bene da potersi permettere di rivisitarli e inventarne di nuovi. Fra le tante parole come non ricordare: tramezzino, mare nostrum, intellettuale, bene culturale.

Invito anche voi a fare un salto al Vittoriale per vedere e toccare con mano un mondo fatto di cultura, bellezza, unicità ed estrema maestosità. Come direbbe lui ‘’ ricordati sempre d’osare’’.

Michele Vignali.

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L’articolo lo trovate anche in Alvufashionstyle rubrica Vintage-Amarcod.

Addio a Carla Fendi, la signora della moda. M.Vignali

Mercoledì, 21 Giugno 2017. 

 

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Questo è l’anno dei grandi adii della moda italiana. Purtroppo, dopo la recente scomparsa di Laura Biagiotti, ieri ci ha lasciati un’altra: Carla Fendi sarta, mecenate d’arte e grande estimatrice del Made in Italy.

Carla Fendi era la quarta delle cinque sorelle Fendi, aveva 80 anni e combatteva da tempo contro una grave malattia.  La sua è stata una mente visionaria e grandissima che ha permesso alla casa di moda italiana di essere riconosciuta a livello mondiale facendola diventare un nome affermato nel mercato del lusso per le pellicce e la pelletteria di altissimo livello.  Ha permesso alla casa di moda, grazie al suo lavoro e impegno, l’affermazione sui mercati esteri soprattutto in America. Presidente onorario del Gruppo Fendi, da sempre grande appassionata, insieme al marito Candido, di arte e musica, nel 2007 aveva creato la Fondazione Carla Fendi che opera con azioni di mecenatismo allo scopo di supportare l’arte, l’artigianato e il sociale.

La casa di moda è stata fondata negli anni venti, per esattezza nel 1925 da Edoardo Fendi e Adele Casagrande. Negli anni trenta e quaranta la fama di questa bottega travalicherà il confine nazionale grazie  alla qualità delle borse prodotte.  Alla fine del secondo conflitto mondiale i fondatori lasceranno spazio alla seconda generazione ossia le sue cinque figlie Paola, Anna, Franca, Carla e Ada.

È Anna a prendere le redini della Maison di famiglia alla fine degli anni Cinquanta dopo il completamento degli studi classici e siederà insieme alle altre quattro sorelle nell’ atelier con un occhio particolare rivolto verso il marketing e l’esportazione del loro prodotto artigianale nel mondo.

Infatti in questo sarà molto brava e otterrà ottimi successi. Negli anni Sessanta si dedica anche alle relazioni pubbliche, punta al mercato più difficile, quello americano: una strategia che la premia con il successo che contribuisce a sancire in tutto il mondo la fama della firma Fendi. Nel 1965 arriva nell’atelier romano un giovane Karl Lagerfeld.

Nel 1966 nascono le prime collezioni con il tessuto stampato a doppia ‘’F’’ logo ricorrente e tutt’ora esistente, e nello stesso anno presenta la prima collezione di alta moda. L’azienda tende a crescere e Carla Fendi continua a collaborare con la direzione creativa, occupandosi anche della comunicazione, dell’ufficio stampa, pubblicità, dell’immagine e dell’organizzazione di eventi legati al marchio.

Negli anni Ottanta lega il nome Fendi al Festival di Spoleto diventando molto amica con Menotti. Collabora nel cinema con Fellini e Visconti, Bolognini e Zeffirelli, Evita con Madonna e Il Diavolo veste Prada con Meryl Streep.

Poi la collaborazione con la sartoria Tirelli e l’amicizia di un altro grande del costume, Piero Tosi. Negli Anni 90 la rivoluzione della borsa baguette. Nel 2000 le Fendi vendono al colosso francese Lvmh. Poi l’avventura continua nel mondo della musica e dell’arte. In tempi più recenti nel 2007 fonda La Fondazione Carla Fendi che si occupa di offrire contribute e assistenza per preservare beni e valori culturali del passato e per garantirne la continuità e la crescita nel futuro.

Opera nel campo dell’arte, della letteratura, del cinema, della moda, dell’ambiente e del sociale. per esempio ha restaurato il Teatro Caio Melisso a Spoleto e sostenuto la creazione del presepe realizzato nel dicembre 2015 da Giosetta Fioroni nella Basilica di Santa Maria in Montesanto a Roma, ciò che lei amava definire opere di puro mecenatismo.

Avremo il ricordo nelle sue stesse parole: “Credo molto all’importanza e nel valore della bellezza come cultura e formazione!” – aveva affermato durante un’intervista di qualche anno fa – “Nella mia esperienza di vita e di lavoro mi sono nutrita di bellezze estetiche, come costume ed evoluzione del sociale. Poi, questo rispetto per il bello l’ho dedicato alle bellezze artistiche che ci circondano: il bello come cultura e la cultura come linfa vitale. E come felicità, perché solleva lo spirito, è ossigeno in un mondo che ci travolge quotidianamente. Questo è il mio credo, e in questo metto tutte le mie energie”.

Carla Fendi è rimasta sposta per Cinquantacinque anni con Candido Speroni, il primo farmacista e successivamente “marito e consigliere” per il design e l’organizzazione degli eventi della casa di moda.

Un’altra grande donna, signora di grande cultura e capacità artistica e creativa spiccata ci ha lasciato, con la speranza che noi imparassimo sempre ad amare il bello e valorizzare l’eccellenza artigianale del fatto a mano perché come si dice: ‘’Chi crea con le mani è un’artista’’ Per sempre Carla.

Michele Vignali.

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Addio a Laura Biagiotti signora della moda italiana. M.Vignali.

Venerdì, 25 Maggio 2017

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Spero di riuscire a trovare le parole per poter ricordare nel modo migliore Laura Biagiotti, una grande donna, dotata di una spiccata sensibilità estetica e pioniera di tendenze. Non ero legato a lei in prima persona ma il suo modo di creare, la sua arte, i suoi abiti, che ho avuto modo di toccare con mano, hanno lasciato in me un segno indelebile.  Ricordo sempre con molto piacere che le mie zie Romane indossavano questi meravigliosi e candidi capi di cashmere in Bianco Biagiotti.

Laura nasce a Roma il quattro agosto del 1943, da piccola amava creare abiti con piccoli scampoli di tessuti. Successivamente, finiti gli studi e dopo aver conseguito una laurea in archeologia, ancora giovanissima firma la sua prima collezione di Prèt-A-Porter per lo stilista Romano Emilio Schuberty nel 1966 in quella Roma fatta di grandi sarti manifatturieri e quella Hollywood americana che frequentava Cinecittà.

Negli anni Settanta collabora con altre due firme importanti della moda italiana Roberto Capucci e Rocco Barocco.  L’anno di svolta per la signora Biagiotti è il 1972 quando fonda la sua omonima azienda, oltre alla fondazione presenta a Firenze la sfilata a Palazzo Pitti con la sua prima collezione di moda femminile portando, all’attenzione della stampa italiana ed internazionale, il suo stile elegante, semplice e sartoriale.

Questo negli anni diventa uno stile riconoscibile da tutti e distinguibile in tutto il mondo. Qualche anno più tardi il New York Times la definirà “la regina del cashmere” poiché aveva saputo trasformare questa preziosa fibra in abiti contemporanei e cool, sofisticati ma al tempo stesso easy, anticipando di decenni la tendenza “athleisure”, oggi trend forte su tutte le passerelle.

È stata la prima stilista a presentare le tute di cashmere sulle passerelle e farle conoscere alle sue clienti come un capo estremamente elegante e cool da portare in diverse occasioni. Inoltre Laura Biagiotti è famosa per l’utilizzo dei colori e maestra del non colore come il bianco definito da tutti Bianco Biagiotti, portato con cura e raffinatezza dell’Etoile Carla Fracci. Oltre ad avere una passione per la moda era anche collezionista e amante dell’arte Futurista soprattutto del pittore Italiano Giacomo Balla. La sua è una ricca collezione di opere d’arte futuriste che l’hanno contraddistinta nel settore ma anche nella moda portandola così ad inserire quadri, colori e forme dinamiche, dirompenti nelle sule collezioni, creando così un contrasto forte tra il bianco e i mille colori del futurismo.

Delle opere dell’artista Giacomo Balla fondatore nel settembre del 1914 del ‘’manifesto del vestito antineutrale‘’, Biagiotti si occupava anche di opere tessili come progetti e disegni per cravatte, scarpe, borsette, ventagli, foulard, sciarpe, maglioni e tessuti, oltre che per i rarissimi abiti futuristi creati da Balla tra cui i celeberrimi e rarissimi gilet dipinti a mano dalla moglie delle figlie.

Nella sua lunga carriera è stata una delle prime stiliste a comprendere l’importanza di un successo, anche oltre i confini, essendo così una delle prime donne a sfilare in Cina nel 1988 idea nata dopo un viaggio di lavoro in Giappone nel 1987 e in Russia nel 1995, Paese dove aprì subito una sofisticatissima boutique.

In un’intervista Laura dichiarò: “Dopo la sfilata al Cremlino, mi hanno definito la Signora in Russo‘’.  Successivamente, fu nominata Cavaliere del Lavoro nel 1995 e Donna dell’Anno a New York nel 1992. La signora del cashmere è stata una delle prime a capire l’importanza di diventare mecenati della arte e restaurare così pezzi della nostra storia artistica e culturale, dobbiamo ringraziarla per averci lasciato dopo tanti restauri: il Teatro La Fenice di Venezia e la scalinata di Michelangelo al Campidoglio per il Giubileo dell’anno 2000, sostenuto grazie alla vendita del omonimo profumo di successo Roma. Ed è proprio nei dintorni della Città Eterna, precisamente nel Castello di Guidonia, già Castello di Marco Simone, da lei riportato agli antichi splendori, è diventato la sua residenza, oltre che sede dell’azienda.

Questa è stata la sua grande carriera molto spesso fatta in sordina e con pochi riconoscimenti da chi di dovere però lei è sempre stata felice di essere ricordata come sarta e non come grande imprenditrice del Made in Italy, e del pret-à-porter de luxe. A dimostrare il suo rapporto passionale verso la sartoria, merita menzione il simbolo portato al collo con orgoglio: un paio di forbici da sarta legati ad un metro, suo inconfondibile biglietto da visita.

L’azienda omonima verrà portata avanti con amore e dedizione dell’inseparabile figlia Lavinia a cui vanno tutti i miei migliori auguri e successi.

Ciao Laura insegna agli angeli a sorridere come hai sempre fatto tu.

Michele Vignali.

L’articolo lo trovate anche nella Sessione Vintage-Amarcord di Alvufashionstyle

#LovyFighters: la campagna contro la violenza sulle donne firmata Trussardi. M.vignali

Giovedì, 18 Maggio 2017.

 

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Si chiama #Lovyfighters la campagna di sensibilizzazione promossa contro la violenza sulle donne. Trussardi firma la Lovy Bag.

‘’Ricorda di disobbedire perché è vietato Morire’’. Recita così una delle strofe del brano “Vietato Morire” di Ermal Metal presentato durante l’ultima edizione del Festival di Sanremo.  Sono parole toccanti e credo che si adattino perfettamente al Progetto lanciato da Trussardi in collaborazione con l’Associazione Doppia Difesa creata da Michelle Hunziker insieme all’avvocato Guglia Buongiorno per combattere la violenza di genere.

Il tema è ancora purtroppo molto attuale ed è un bene che se ne continui a parlare attraverso campagne di sensibilizzazione e prevenzione. La violenza sulle donne è un problema generale che colpisce indistintamente sempre più il genere femminile di ogni età e in ogni parte del mondo.

In un momento cruciale come questo, la Lovy Bag travalica i limiti di un semplice accessorio di moda per trasformarsi in un simbolo di lotta, supporto e sensibilizzazione. Non a caso, il progetto, si intitola #LovyFighters e chiama a raccolta digital influencers e personalità del mondo dello spettacolo ad ascoltare “Storie di vita reale” di donne provenienti da tutto il mondo che hanno subito violenza ma sostenute e aiutate da Doppia Difesa in un’attività virale e significativa.

I partecipanti all’iniziativa sono stati tutti immortalati dal celebre fotografo Julian Hargreaves indossando la T-shirt con logo #LovyFighters, invitandoli a postarla sui propri canali social per creare “buzz” e fare da cassa di risonanza all’attività di sensibilizzazione.

Prime fra tutte le stesse protagoniste della campagna Michelle Hunziker, Giulia Bongiorno, Gaia e Tomaso Trussardi. Al progetto hanno aderito altri personaggi dello spettacolo come: Ambra Angiolini, Silvia Toffanin, Alvin, Cristina Parodi, Filippa Lagerback, Raoul Bova e Giorgio Chiellini solo per citarne alcuni.

Per questo motivo ho deciso anche io di sostenere questo progetto perché la causa è molto importante ed anche perché la moda può essere anche uno strumento di comunicazione importantissimo, facilmente condivisibile da tutti. Una semplice t-shirt stampata con logo, può trasformarsi in un iconico indumento per arrivare direttamente alla gente comune e veicolare messaggi nobili e ideali come quello contro la violenza sulle donne.

Viva l’amore!! Impariamo a donare rose e non spine

Michele Vignali.

 

L’articolo lo trovate nella sessione Vintage-Amarcord nel blog di Alvufashionstyle.

Lutezia Gioielli: intervista al duo creativo a cura di M.Vignali

Mercoledì, 26 Aprile 2017. 

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Oggi condivido volentieri con voi la mia intervista a Lutezia Gioielli: duo creativo femminile capitanato da Francesca e Federica che con amore, passione, ricerca, realizzano delle meravigliose creazioni di gioielleria, vere e proprie opere d’arte da indossare.

I gioielli ci rappresentano e definiscono la nostra personalità. Quelli di Lutezia, che ho potuto toccare con mano, al Parma Vintage e durante l’evento Vogue Gioiello a Milano, trasmettono un fascino particolare e una tale attrazione da volerli possedere tutti. Sono così desiderabili, che ogni donna, potrebbe immedesimarsi in una “Signora dei Salotti” quale è stata l’immensa Marta Marzotto che dei suoi gioielli ne ha fatto un biglietto da visita sui suoi meravigliosi Kaftani.

Lascio dunque la parola a Lutezia: storia d’amore tra donne e gioielli.

Quando e come è nata l’idea di creare il marchio Lutezia Gioielli?

L’idea di creare il marchio Lutezia nasce nel 2011. Fin da piccole ci divertivamo ad indossare i gioielli della mamma e in tante foto appariamo con collane e bracciali. A Natale o nelle occasioni speciali non c’era dono più apprezzato di un bracciale, una collana o un anello. Negli anni dell’università ci siamo avvicinate sempre di più al mondo della mineralogia e successivamente abbiamo iniziato a creare piccoli monili per noi, la nostra famiglia e le nostre amiche che hanno sempre apprezzato molto, così abbiamo pensato di tramutare la nostra passione in lavoro.

Il nome Lutezia che origini ha?

Abbiamo scelto il nome Lutezia perchè volevamo un nome che risaltasse la nostra unicità e ricercatezza. Infatti è il femminile di Lutezio: un elemento metallico del gruppo delle cosiddette terre rare. È il meno abbondante di tutti gli elementi in natura e per questo è anche uno dei più costosi: un grammo di lutezio vale circa sei volte un grammo d’oro. Esso si trova associato a quasi tutti gli altri metalli delle terre rare, ma mai da solo proprio come i nostri gioielli sono formati da più elementi: una miscela esplosiva di gemme di diversa provenienza unite ad argento, spille vintage firmate, antichi monili e giade intagliate a mano.

Quali sono i mood da cui traete ispirazione per creare i vostri gioielli?

Prendiamo ispirazione dal passato. Crediamo che i gioielli più belli siano quelli vintage, dove l’estro e l’artigianalità ne facevano da padroni. Spesso infatti utilizziamo “manufatti rispolverati” come spille in lega anni ’50, bottoni in filigrana, antiche giade e monili turchi, che combinati con i minerali danno vita a creazioni uniche. Per noi è comunque necessario creare stupore perciò lavoriamo affinché lo stile classico e moderno si fondano in perfetta armonia, ad esempio contrapponiamo un elemento classico come una spilla firmata Trifari ad una pietra con un taglio particolare, creando così un design inedito. Altra influenza sono stati i viaggi, dove luoghi come Marocco, Egitto e la lontanissima Malesia ci hanno inebriato con sapori, profumi, stoffe pregiate, geometrie, e tanto altro. Questo caleidoscopio sensoriale ha sicuramente influito sulla scelta di colori e forme nei nostri gioielli.

Quanto conta l’arte nel vostro lavoro?

L’arte nel nostro lavoro conta moltissimo. L’arte è tutto. Non solo è la maestria con cui si crea qualcosa di oggettivamente bello, una composizione di vari elementi che risulta senza apparente motivo equilibrata, ma è sopratutto riuscire a trasmettere benessere a chi contempla le nostre creazioni. Questo è ciò a cui aspiriamo. Fare arte. L’arte per noi è anche una forma d’ispirazione: molti dei nostri gioielli nascono da nostri disegni o traggono spunto da quadri di altri pittori.

Nella storia del costume, diverse icone di stile, hanno indossato gioielli che successivamente hanno segnato un’epoca. Quale tra queste è per voi un modello di ispirazione?

L’icona di stile che per noi è modello di ispirazione è Elizabeth Taylor, grande collezionista di gioielli. I suoi occhi non a caso ricordavano due gemme di ametista. È noto che la diva ha ricevuto dai numerosi mariti o si è fatta da sola regali favolosi.

Tra tutte le star di oggi, quali tra queste, vorreste che indossasse una vostra creazione?

Tra le star di oggi è difficile scegliere. Sono tutte bellissime e alla notte degli Oscar indossano abiti da sera indimenticabili. Fra le nostre preferite, forse perché sono quelle che ci ricordano maggiormente le star anni ’50, ci sono: Emma Stone, Cate Blanchett, Eva Green e Uma Thurman.

A febbraio si è tenuto l’evento ARTISTAR JEWELS EXHIBITION 2017 durante la fashion week di Milan. A cosa vi siete ispirate per realizzazione della vostra opera d’arte?

All’Artistar 2017 abbiamo presentato due gioielli. Gli anelli dell’alchimista. Per crearli abbiamo pensato alla figura del moderno designer che, similarmente ad un antico alchimista, manipola e trasforma gli elementi in monili unici e simbolici, come dalla materia grezza in oro, unicamente tramite il proprio estro e maestria. La trasformazione nel nostro immaginario è ben presto traslata dalla fisicità della materia al mondo geometrico, attraverso quella che abbiamo voluto chiamare “Trasformazione di forme in cerchi quadrati”: l’anello ha così cambiato forma diventando quadrato e si è arricchito di acquamarine, peridoti, rubini, granati e zirconi blu. Orecchini di terra Questi orecchini sono stati ispirati dal quadro “Dafne e il mirto piumato” di Diego Boiocchi alias Moho. Il quadro rappresenta una donna che tiene in mano un ramo di mirto. Sono orecchini asimmetrici formati da un orecchino a lobo in ametista e uno a forma di ramo con anch’esso gocce e pietre di ametista.

I gioielli nella Storia del Costume sono stati protagonisti di racconti ed enigmi. Molto spesso, venivano regalati o anche commissionati per delle occasioni importanti. Attualmente, possono ritenersi così rilevanti?

Certo. Crediamo che i gioielli, a differenza di vestiti e scarpe non passino mai di moda. Anzi sono eterei, capaci di invocare emozioni e ricordi di quando sono stati regalati o delle occasioni in cui sono stati indossati, fino ad essere i compagni della vita di ogni giorno. Spesso ci vengono commissionati gioielli adatti all’abito della sposa, questi monili, ancora più di altri hanno un gran valore sentimentale e speriamo che vengano tramandati nel tempo alle generazioni successive della coppia. I gioielli per noi hanno anche un forte valore simbolico e a volte sono dei veri e propri talismani portafortuna.

Chi è il cliente tipo di Lutezia Gioielli?

l cliente tipo di Lutezia è una donna che vuole sentirsi unica che non ama omologarsi alla massa. Una donna dal look elegante e ricercato. Nella nostro piccolo atelier a volte intratteniamo lunghe conversazioni con delle clienti che, come noi, sono veramente appassionate di gioielli; parliamo di pietre acquistate in viaggi lontani, di collezioni di spille, di gioielli tramandati di generazioni in generazioni, e di varie curiosità del mondo della mineralogia. Possiamo dire che la nostra cliente ideale è una donna con una certa dose di consapevolezza sul prodotto che sta toccando con mano, potendo così comprendere a fondo la ricerca posta alla base di ogni gioiello da noi creato.

Cosa ci dovremo aspettare in un futuro, avete altri progetti?

Al momento stiamo lavorando a una nuova collezione che vedrà protagonisti i colori della moda primavera-estate. Per il futuro, che dire? Siamo delle grandi sostenitrici dell’importanza dello scambio di idee ed esperienze tra chi fa questo mestiere e non, c’è sempre così tanto da imparare, chissà qualche nuova collaborazione.

 

 

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L’intervista la Trovate anche in Alvufeshionstyle.

Foto dei Gioielli Lutezia.

Michele Vignali.

Intervista a Meo Fusciuni maestro e creatore di profumi. M.Vignali.

Venerdì, 31 Marzo 2017 

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Sono veramente emozionato per ave avuto la possibilità di poter intervistareMeo Fusciuni, maestro e creatore di profumi che ho conosciuto di persona.

Ogni aroma ha un’anima, un mondo di emozioni, colori e vissuti che noi non possiamo vedere o toccare ma solo respirare come una magica essenza olfattiva. Spesso, infatti, si dice che il profumo è la nostra seconda pelle, ci appartiene e rappresenta.

I profumi Fusciuni evocano ricordi di mondi lontani, bellissimi versi di opere artistiche e letterarie, note di un viaggio vissuto o immaginario.

Ed ecco a voi il mondo della couture olfattiva dei profumi Fusciuni.

Intervista  a cura di Michele Vignali.

Che storia ha il nome Meo Fusciuni?

Il nome Meo Fusciuni racchiude la mia storia familiare, racconta in sé mio padre e mio nonno, come anello di congiunzione tra il passato, presente e futuro; ho sempre amato il significato profondo che c’è nella parola “fusciuni”, che deriva dal dialetto mazarese e significa scorrere, fluire.

Come nasce un’essenza?

È una domanda che nel nostro caso può avere tante risposte, ogni profumo della nostra collezione ha avuto una genesi differente, alcune sono nate al ritorno da un viaggio, durante il viaggio stesso, altre da un momento di estrema ricerca interiore come Notturno e Luce. Tutte però hanno un denominatore comune, il tratto distintivo della ricerca ossessiva e personale, quasi esistenziale del mio cammino. Tecnicamente la parte poetica anticipa quasi sempre quella olfattiva: la prima è istintiva e spesso quasi visionaria, la seconda è la parte tecnica, di ricerca nella memoria olfattiva. Ma la costruzione del profumo racchiude nel nostro caso un lavoro compiuto nella sua totalità, dalla creazione del profumo alla costruzione della grafica e della scatola che lo contiene, dalla comunicazione al rapporto con i clienti in tutto il mondo. Tutto questo è il risultato della fusione del mio lavoro e di quello di Federica, art director insieme a me dell’intero progetto.

Quanto c’è di nomade nelle sue creazioni?

Penso tutto, ho sempre pensato al nomadismo come energia segreta per capire questo stato delle cose, la propria poetica e il proprio linguaggio. Sono molto influenzato dalla mia grande passione per l’antropologia e in ogni lavoro l’aspetto della ricerca del viaggio per comprendere l’altro, per poi capire te stesso, l’ho sempre trovata decisiva nel mio cammino e nei miei lavori, come Shukran, o come l’ultimo lavoro L’oblio.

Che ruolo ha il viaggio nel creare un profumo?

Mi sono spesso ritrovato nello scoprire la scintilla del profumo proprio durante il viaggio, o svegliarmi una mattina desiderando follemente un luogo dove correre e aspettare una visione. Espanderei la tua domanda anche alla sfera psichica e al viaggio della nostra mente; a volte può sembrare facile riuscire a viaggiare con la mente per scoprire un lato nascosto del tuo lavoro ma è difficile riuscire a trovare la chiave che possa aprire la porta, non sempre ci si riesce. In questo caso, il mio isolamento dagli altri gioca un ruolo fondamentale.

Come sono realizzati i profumi Note di Viaggio?

L’intera collezione racconta il percorso dell’uomo. Tutto segue una dinamica di ricerca, che racconta le metamorfosi dell’animo umano lungo la sua vita. La scelta di suddividere ogni progetto in trilogia o ciclo è stata una cosa nata quasi per caso, che col tempo è diventata una firma sul modus operandi creativo. Nel momento in cui chiudo una trilogia, o un ciclo nella mia mente ho già presente quale sarà il passo successivo, arriva, come quando dopo rituali di passaggio, raggiungi un nuovo stato evolutivo.

Quanto è importante la letteratura per creare un profumo?

Non penso sia necessaria per creare un profumo, ma per me è alla base del mio lavoro e della mia espressione, senza la poetica non riuscirei a raccontarmi e a raccontare ogni mio lavoro. Ma tutto questo non può essere costruito, deve far parte del tuo cammino fin dall’inizio. Per creare un profumo devi prima di tutto essere un uomo di scienza, questo spesso oggi viene dimenticato, il mio passato da chimico ed erborista ha sicuramente aiutato il mio mestiere di creatore.

Quali dei suoi profumi le appartiene di più?

Non saprei, attualmente Narcotico, ma per tanto tempo è stato Luce. Ho un rapporto strano con i miei lavori, non sempre riesco ad indossarli, è una questione di emozioni viscerali che ti accompagnano sempre. Il portare su di sé un profumo non è solo una questione accessoriale; ma di anima, di emozioni e vibrazioni sottili.

Quanto contano le radici per costruire una nota di viaggio come ad esempio Narcotico?

Narcotico non fa parte delle note di viaggio, ma della Trilogia della Mistica; penso che in un lavoro come Narcotico le radici siano tutto, sono le mie radici anche se ho cercato di raccontare quelle di ognuno di noi, quelle più nascoste e intime. Pasolini è una chiave, non è il significato di questo lavoro, l’Ecce Homo di Antonello da Messina è una porta, non è il significato vero di questo profumo; quello sta in ognuno di noi, nelle viscere della nostra anima.

I suoi profumi sono molto di più di un’essenza da indossare sulla pelle. Le potremmo descrivere come opere d’arte intangibili e olfattive. Quanto conta l’arte nel suo profumo?

Possiamo chiamarle in tanti modi, opere, memorie olfattive, strutture olfattive, anime che disegnano la nostra ombra e così via, ma sono soprattutto dei viaggi, psichici, sensoriali, umani e l’intangibilità è data solo dal fatto che non riusciamo a far vedere al mondo che stiamo indossando un’opera, ma possiamo spingere noi e l’altro ad usare uno dei sensi ancora meno conosciuto, l’olfatto. In riferimento all’arte ti posso dire che amo ogni forma d’espressione e come ogni cosa che circonda la mia vita, anche l’arte entra in maniera profonda in ogni mio lavoro.

Ti andrebbe di raccontarmi come nasce l’ultimo profumo e qual è stata l’ispirazione?

Il nostro ultimo lavoro, L’oblìo, chiude dopo tre anni la “Trilogia della Mistica”, iniziata con Narcotico e proseguita con Odor 93. Fin dall’inizio, prima di partire per la Cambogia, luogo spirituale e anima di questo profumo, mi sono posto una domanda: “e se il bene dell’uomo fosse dimenticare, anziché ricordare?”. Questo memento ci ha accompagnato per tutto il cammino e il risultato è stato un lavoro molto differente dagli ultimi due profumi, la ricerca di quiete e di beatitudine caratterizzano la piramide olfattiva di questo profumo, una spirale dapprima luminosa e poi sempre più terrena, radicata. L’asse olfattivo è composto da immortelle, mate e legno di sandalo. Avevo bisogno di ricreare un profumo che non portasse in sé appigli, ricordi, ma solo quel desiderio di lasciarsi andare, perdersi nella soavità di questo profumo; l’oblìo appunto, nella sua visione positiva, di dimenticanza per ripartire.

Michele Vignali.

L’intervista la trovate anche in WWW.Alvufashionstyle.com