Intervista a Meo Fusciuni maestro e creatore di profumi. M.Vignali.

Venerdì, 31 Marzo 2017 

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Sono veramente emozionato per ave avuto la possibilità di poter intervistareMeo Fusciuni, maestro e creatore di profumi che ho conosciuto di persona.

Ogni aroma ha un’anima, un mondo di emozioni, colori e vissuti che noi non possiamo vedere o toccare ma solo respirare come una magica essenza olfattiva. Spesso, infatti, si dice che il profumo è la nostra seconda pelle, ci appartiene e rappresenta.

I profumi Fusciuni evocano ricordi di mondi lontani, bellissimi versi di opere artistiche e letterarie, note di un viaggio vissuto o immaginario.

Ed ecco a voi il mondo della couture olfattiva dei profumi Fusciuni.

Intervista  a cura di Michele Vignali.

Che storia ha il nome Meo Fusciuni?

Il nome Meo Fusciuni racchiude la mia storia familiare, racconta in sé mio padre e mio nonno, come anello di congiunzione tra il passato, presente e futuro; ho sempre amato il significato profondo che c’è nella parola “fusciuni”, che deriva dal dialetto mazarese e significa scorrere, fluire.

Come nasce un’essenza?

È una domanda che nel nostro caso può avere tante risposte, ogni profumo della nostra collezione ha avuto una genesi differente, alcune sono nate al ritorno da un viaggio, durante il viaggio stesso, altre da un momento di estrema ricerca interiore come Notturno e Luce. Tutte però hanno un denominatore comune, il tratto distintivo della ricerca ossessiva e personale, quasi esistenziale del mio cammino. Tecnicamente la parte poetica anticipa quasi sempre quella olfattiva: la prima è istintiva e spesso quasi visionaria, la seconda è la parte tecnica, di ricerca nella memoria olfattiva. Ma la costruzione del profumo racchiude nel nostro caso un lavoro compiuto nella sua totalità, dalla creazione del profumo alla costruzione della grafica e della scatola che lo contiene, dalla comunicazione al rapporto con i clienti in tutto il mondo. Tutto questo è il risultato della fusione del mio lavoro e di quello di Federica, art director insieme a me dell’intero progetto.

Quanto c’è di nomade nelle sue creazioni?

Penso tutto, ho sempre pensato al nomadismo come energia segreta per capire questo stato delle cose, la propria poetica e il proprio linguaggio. Sono molto influenzato dalla mia grande passione per l’antropologia e in ogni lavoro l’aspetto della ricerca del viaggio per comprendere l’altro, per poi capire te stesso, l’ho sempre trovata decisiva nel mio cammino e nei miei lavori, come Shukran, o come l’ultimo lavoro L’oblio.

Che ruolo ha il viaggio nel creare un profumo?

Mi sono spesso ritrovato nello scoprire la scintilla del profumo proprio durante il viaggio, o svegliarmi una mattina desiderando follemente un luogo dove correre e aspettare una visione. Espanderei la tua domanda anche alla sfera psichica e al viaggio della nostra mente; a volte può sembrare facile riuscire a viaggiare con la mente per scoprire un lato nascosto del tuo lavoro ma è difficile riuscire a trovare la chiave che possa aprire la porta, non sempre ci si riesce. In questo caso, il mio isolamento dagli altri gioca un ruolo fondamentale.

Come sono realizzati i profumi Note di Viaggio?

L’intera collezione racconta il percorso dell’uomo. Tutto segue una dinamica di ricerca, che racconta le metamorfosi dell’animo umano lungo la sua vita. La scelta di suddividere ogni progetto in trilogia o ciclo è stata una cosa nata quasi per caso, che col tempo è diventata una firma sul modus operandi creativo. Nel momento in cui chiudo una trilogia, o un ciclo nella mia mente ho già presente quale sarà il passo successivo, arriva, come quando dopo rituali di passaggio, raggiungi un nuovo stato evolutivo.

Quanto è importante la letteratura per creare un profumo?

Non penso sia necessaria per creare un profumo, ma per me è alla base del mio lavoro e della mia espressione, senza la poetica non riuscirei a raccontarmi e a raccontare ogni mio lavoro. Ma tutto questo non può essere costruito, deve far parte del tuo cammino fin dall’inizio. Per creare un profumo devi prima di tutto essere un uomo di scienza, questo spesso oggi viene dimenticato, il mio passato da chimico ed erborista ha sicuramente aiutato il mio mestiere di creatore.

Quali dei suoi profumi le appartiene di più?

Non saprei, attualmente Narcotico, ma per tanto tempo è stato Luce. Ho un rapporto strano con i miei lavori, non sempre riesco ad indossarli, è una questione di emozioni viscerali che ti accompagnano sempre. Il portare su di sé un profumo non è solo una questione accessoriale; ma di anima, di emozioni e vibrazioni sottili.

Quanto contano le radici per costruire una nota di viaggio come ad esempio Narcotico?

Narcotico non fa parte delle note di viaggio, ma della Trilogia della Mistica; penso che in un lavoro come Narcotico le radici siano tutto, sono le mie radici anche se ho cercato di raccontare quelle di ognuno di noi, quelle più nascoste e intime. Pasolini è una chiave, non è il significato di questo lavoro, l’Ecce Homo di Antonello da Messina è una porta, non è il significato vero di questo profumo; quello sta in ognuno di noi, nelle viscere della nostra anima.

I suoi profumi sono molto di più di un’essenza da indossare sulla pelle. Le potremmo descrivere come opere d’arte intangibili e olfattive. Quanto conta l’arte nel suo profumo?

Possiamo chiamarle in tanti modi, opere, memorie olfattive, strutture olfattive, anime che disegnano la nostra ombra e così via, ma sono soprattutto dei viaggi, psichici, sensoriali, umani e l’intangibilità è data solo dal fatto che non riusciamo a far vedere al mondo che stiamo indossando un’opera, ma possiamo spingere noi e l’altro ad usare uno dei sensi ancora meno conosciuto, l’olfatto. In riferimento all’arte ti posso dire che amo ogni forma d’espressione e come ogni cosa che circonda la mia vita, anche l’arte entra in maniera profonda in ogni mio lavoro.

Ti andrebbe di raccontarmi come nasce l’ultimo profumo e qual è stata l’ispirazione?

Il nostro ultimo lavoro, L’oblìo, chiude dopo tre anni la “Trilogia della Mistica”, iniziata con Narcotico e proseguita con Odor 93. Fin dall’inizio, prima di partire per la Cambogia, luogo spirituale e anima di questo profumo, mi sono posto una domanda: “e se il bene dell’uomo fosse dimenticare, anziché ricordare?”. Questo memento ci ha accompagnato per tutto il cammino e il risultato è stato un lavoro molto differente dagli ultimi due profumi, la ricerca di quiete e di beatitudine caratterizzano la piramide olfattiva di questo profumo, una spirale dapprima luminosa e poi sempre più terrena, radicata. L’asse olfattivo è composto da immortelle, mate e legno di sandalo. Avevo bisogno di ricreare un profumo che non portasse in sé appigli, ricordi, ma solo quel desiderio di lasciarsi andare, perdersi nella soavità di questo profumo; l’oblìo appunto, nella sua visione positiva, di dimenticanza per ripartire.

Michele Vignali.

L’intervista la trovate anche in WWW.Alvufashionstyle.com

Dalle foto di famiglia definiamo l’identikit del look anni 50. M.Vignali.

Martedì, 21 Marzo 2017 

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Carissime lettrici,

oggi cercherò di tracciare l’identikit del look di moda anni Cinquanta.

Vi starete chiedendo il motivo e la risposta è molto semplice: domenica scorsa, dopo un pranzo di famiglia abbiamo rispolverato le vecchie foto di mia nonna e della mia bisnonna. Alcune erano della fine dell’ottocento altre degli anni venti e una buona parte degli anni Cinquanta. Una volta, si usava nelle famiglie scrivere delle lettere con allegate foto di parenti lontani. Per la mia bisnonna, per tutti “Nonna B”, questa delle foto si era trasformata in una vera e propria passione.

Lei con amore e dedizione scriveva e raccontava le vicissitudini quotidiane e gli eventi importanti, includendo alcune foto e chiedendo a sua volta ai destinatari di ricambiare. A distanza di tanti anni ci troviamo a spulciare un prezioso archivio di famiglia con immagini antiche, alcune sbiadite, altre rovinate ma ricche di dediche e date.

Gli abiti, le pose e i dettagli delle persone ritratte nelle foto, trasmettono un profumo esclusivo di vintage.  A quel tempo, mia nonna insieme alle altre sue parenti, andavano dalle sarte che lavoravano in casa per farsi realizzare su misura gli abiti da indossare. Venivano utilizzati piccoli scampoli e avanzi di tessuto provenienti da quelli commissionati dalle persone più abbienti. Questo accadeva soprattutto nel periodo della guerra dove le restrizioni economiche riguardavano anche i tessuti.

Negli anni Cinquanta la moda femminile cambia i canoni stilistici: la vita diventa stretta, la gonna si allarga a corolla, i tacchi si alzano con calzature décolleté, gli accessori sono più sofisticati con collane di perle e cappelli con velette.

Ma passiamo al look anni 50 proveniente direttamente dalle foto di famiglia.

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Must-have dell’epoca, un filo di perle vere o di bigiotteria perché erano sinonimo di eleganza e facevano apparire la silhouette più sofisticata e raffinata. Troviamo poi un tailleur in stile Chanel a cui si abbinava una camicia a tinta unita di seta. Un abito da pomeriggio o meglio definito da cocktail che andava a sostituire per le occasioni più importanti l’abito delle feste. Lo potremo definire un abito più elegante sia per il taglio che per il materiale.Nell’armadio di una donna anni 50 non poteva mancare un abito per la domenica, che si usava solo per le feste o durante le occasioni importanti: andare a messa, un battesimo o un matrimonio. Per la primavera-estate, l’abito era in cotone accompagnato da una giacca a tre quarti, con guanti rigorosamente bianchi e una borsa a due maniglie da portare sul braccio. Scarpe décolleté in pelle blu o nere.

Non poteva inoltre mancare una velette nera preziosa nei ricami e nel tessuto che si usava per i momenti di lutto. Per un certo periodo di tempo la vedova vestiva di nero e si diceva appunto ‘’porta il lutto’’.

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Ci tenevo molto a raccontarvi, delle usanze e dei ricordi degli anni 50 che appartenevano alla mia famiglia. Purtroppo queste usanze sono andate perse con l’avvento delle nuove tecnologie ma anche perché le epoche sono cambiate e la società e mutata. Se oggi vedessimo persone vestite in quel modo ci apparirebbero strane, diverse, demodè, eppure, nonostante tutto il vintage non passa mai di moda e trovo meraviglioso ricordare da dove siamo venuti.

Michele Vignali.

L’articolo lo trovate anche in Alvufashionstyle nella sessione Vintage-Amarcord.

Storia della Speedy Bag Louis Vuitton di Michele Vignali

Giovedì, 16 Marzo 2017.

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Care amiche appassionate di It-Bags, oggi parleremo della meravigliosa storia della borsa Speedy di Louis Vuitton.

Tutto ebbe origine quasi per caso, negli anni Venti, quando la maison francese decise di realizzare un modello più piccolo e compatto del borsone da viaggio Keepall.

Nacque una nuova forma di borsa, destinata a diventare molto più che un semplice modello. Come spesso accade, indispensabile fu l’aiuto delle celebrities che cominciarono a sfoggiarla nelle occasioni mondane. In particolare Audrey Hepburn, divenne inseparabile dalla sua Speedy in stampa Monogram a due iniziali: L e V.

In brevissimo tempo il mito della Speedy divenne mondiale e si diffuse praticamente in ogni parte del globo, consacrandola nell’Olimpo delle it-bags. Negli anni Sessanta, il modello subì diverse modifiche per dimensioni e misure. Quello attuale conta 5 modelli: Speedy 40, la più capiente e dalle dimensioni supersize; Speedy 35 e Speedy 30, leggermente più piccole; Speedy 25, la misura perfetta e quella più venduta in assoluto e infine Mini HL, versione micro della Speedy adatta a contenere soltanto il minimo indispensabile.

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Come gran parte delle borse Louis Vuitton, la Speedy si contraddistingue per il suo lucchetto dorato, con il quale è possibile sigillare la cerniera. All’interno si nasconde una tasca piatta applicata sulla fodera in velluto, mentre i manici in vacchetta naturale sono arrotondati.

La Speedy resiste negli anni alla concorrenza spietata delle altre borse che cercano di riproporre le sue proporzioni perfette, ma il caro vecchio Monogram non può restare sempre uguale a sé stesso per sopravvivere. È questo forse che deve aver pensato Marc Jacobs quando, alla direzione artistica del marchio, decide di creare un vero e proprio restyling permanente del canvas monogrammato che vede sempre la Speedy come protagonista.

Inizia così l’epoca delle grandi collaborazioni, che vedrà Jacobs cooperare con tantissimi artisti e designer contemporanei. importantissima quella tra Marc Jacobs e l’artista street Stephen Sprouse, il quale realizzerà nel 2001 la prima collezione Monogram Graffiti. Nel gennaio di quest’anno Jacobs ha invece realizzato la Stephen Sprouse Collection in onore dell’artista scomparso nel 2004, “decorando” il Monogram con le sue tags e le sue rose fluorescenti.

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Merita menzione il connubio con l’artista nipponico Takashi Murakami, il quale creerà una serie pressoché infinita di varianti del Monogram: Multicolor, che trasforma il Monogram con base nera e bianca e simboli in colori accesi, quasi come se fosse un vero e proprio negativo; Cerises, la famosissima versione con le ciliegie; Cherry Blossom con cui decora il Monogram di fiori di ciliegio, e infine la più recente Monogramouflage, che trasforma il pattern in una vera e propria tela mimetica.

Altre collaborazioni recenti sono state quelle con Richard Prince per il Monogram Watercolor e con Rei Kawakubo, art director di Comme des Garçons, che ha realizzato una stravagante versione della Speedy con ben quattro coppie di manici. Restyling illustri pensati da Jacobs sono stati invece nel 2006 la Speedy Perforation, dove il canvas monogrammato viene letteralmente profanato con fori e buchi dappertutto, e la Multicolor Franges, ispirata ai costumi di Elvis Presley. La collezione autunno-inverno 2006/2007 vede protagonista invece la Speedy Miroir, dove il Monogram diventa prezioso nei colori oro e argento.

Anche durante le sfilate la Speedy è stata protagonista di restyling: esempi sono la Speedy Cube, protagonista della collezione A/I 2008-2009, mentre durante le ultime sfilate di Parigi abbiamo visto la meravigliosa Speedy a “scaglie” di tessuto in canvas Monogram Mini Lin. Sino all’ultima collezione in cui compare la scritta a stampa ‘’SUPREME’’ dell’azienda americana che dal 1994 produce capi d’abbigliamento sportivo famosi in tutto il mondo.

La borsa Speedy di Louis Vuitton è intrisa di storia tra passato, presente e futuro, affermandosi per sempre nel panorama degli accessori must have, adattandosi alle nuove tendenze e diventando un’intramontabile it-bag a cui non abbiamo mai saputo rinunciare.

Michele Vignali.

L’articolo lo trovate anche in Alvufashionstyle nella sessione Vintage-Amarcord.

Storia della Festa della Donna di Michele Vignali.

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L’otto marzo si celebra la Festa della Donna per ricordare le conquiste sociali e politiche. Un’occasione per rafforzare la lotta contro le discriminazioni e le violenze ma è anche un momento di riflessione su quello che ancora deve essere fatto. Stiamo vivendo un momento difficile, in cui sempre più donne sono vittime di violenza. Tale ferocia e aggressività colpisce troppe volte per cause ‘’ stupide’’ e ingiuste. Sì perché nessun uomo può decidere di spezzare la vita, le ali, i sogni e soprattutto la libertà individuale.

Ma ci ricordiamo l’origine di questa festa? Forse no. “Evviva le donne” non è solo uno slogan ma un messaggio più profondo che deriva da un passato purtroppo macchiato di rosso e non di giallo mimosa.

La Giornata Internazionale della Donna nacque infatti ufficialmente negli Stati Uniti il 28 febbraio del 1909. A istituirla fu il Partito Socialista Americano, che in quella data organizzò una grande manifestazione in favore del diritto delle donne al voto. Successivamente tra il novembre 1908 e il febbraio 1909 migliaia di operaie di New York scioperarono per diversi giorni per chiedere un aumento del salario e un miglioramento delle condizioni di lavoro.

La prima giornata a favore delle donne viene istituita nel 1910 dall’VIII Congresso dell’Internazionale socialista.  Qualche anno più tardi Il 25 marzo del 1911 nella fabbrica Triangle di New York si sviluppò un incendio e 146 lavoratori (per lo più donne immigrate) persero la vita. Questo è probabilmente l’episodio da cui è nata la leggenda della fabbrica Cotton. Da quel momento in avanti, le manifestazioni delle donne si moltiplicarono. In molti Paesi europei, tra cui Germania, Austria e Svizzera, nacquero delle giornate dedicate alle donne.

Era l’8 marzo 1917 quando le donne di San Pietroburgo scesero in piazza per chiedere la fine della guerra, dando così vita alla «rivoluzione russa di febbraio». Fu questo evento a cui si ispirarono le delegate della Seconda Conferenza Internazionale delle donne comuniste a Mosca che scelsero proprio questa data per istituire la Giornata Internazionale dell’Operaia.

In Italia la Festa della Donna iniziò a essere celebrata nel 1922 con la stessa connotazione politica e di rivendicazione sociale. L’iniziativa prese forza nel 1945, quando l’Unione Donne (formata da donne del Pci, Psi, Partito d’Azione, Sinistra Cristiana e Democrazia del Lavoro) celebrò la “Giornata della Donna” nelle zone dell’Italia già liberate dal fascismo. L’8 marzo del 1946, per la prima volta, tutta Italia ha ricordato la Festa identificando come simbolo la mimosa, che fiorisce proprio nei primi giorni di marzo, come simbolo della ricorrenza.

Negli anni successivi la Giornata è diventata occasione e momento di rivendicazione dei diritti femminili dal divorzio 1º dicembre 1970 alla contraccezione, fino alla legalizzazione dell’aborto e Legge 22 maggio 1978 di difesa delle conquiste delle donne.

Credo fermamente che sia importante conoscere la storia perché è un modo per ricordare chi siamo e da dove veniamo anche perché questi sono momenti in cui tutti dobbiamo stringerci l’un l’altro per farci forza per lottare e abbattere i muri del sessismo, dell’ignoranza, della paura della debolezza e di quella diversità che non esiste. Forse perché siamo continuamente bersagliati da messaggi sbagliati?

Per questo voglio dire: “Viva le donne” non come uno slogan di moda ma perché credo in loro, nel coraggio e nella forza di volontà. Sarà perché le conosco molto bene, sarà perché sono cresciuto e vissuto in un mondo di donne dove mi hanno insegnato il valore del voler bene agli altri e mi hanno permesso di crescere con una mente aperta. Sono cresciuto con donne di età diverse le mie nonne, mia mamma, mia sorella, le mie amiche e le icone che hanno sempre raccontato se stesse nelle proprie epoche e nei propri traguardi e ricordi, le ho viste, sentite, ascoltate e ammirate per la loro forza, intelligenza e per loro grande cuore.  Penso che il mondo debba essere più rosa e meno nero.

Vorrei un mondo dove una donna incinta possa essere assunta da un’azienda senza destare così tanto scalpore.

Penso che la “politica al maschile” molto spesso, purtroppo, tenda a salvaguardare più i propri interessi. Mi piacerebbe che la prossima Presidente del Consiglio oppure della Repubblica Italiana, fosse una donna ma ci vorrà ancora tempo.

Ecco, vorrei tra qualche anno, ritrovarmi qui alla stessa ora a pubblicare un post su questo blog in cui racconto un nuovo pezzo di storia dove le donne sono protagoniste e il mondo è più rosa.

Michele Vignali

L’articolo lo trovate anche in Alvufashionstyle

Mercante in Fiera a Parma: “L’Oro Matto” è il titolo della mostra del gioiello.

Sabato, 4 Marzo 2017 

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“L’Oro Matto e il gioiello-fantasia nella prima metà del Novecento”. È questo il titolo della mostra collaterale che si sta svolgendo in questi giorni presso ilMercante in Fiera a Parma al padiglione N.4 e che si concluderà domenica 5 marzo.  #Mercanteinfiera offre come sempre una vasta scelta di oggettistica, arredamento d’epoca ed una parte dedicata al Vintage.

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La mostra ‘’L’Oro Matto e il gioiello-fantasia nella prima metà del Novecento’’ che ieri ho avuto modo di ammirare, ha esibito alcune esclusive creazioni di bigiotteria che hanno segnato un’epoca che va dalla Belle Epoque al periodo della Dolce Vita, ossia, il periodo del dopoguerra Italiano. La mostra è stata curata dall’esperta Bianca Cappello, storica e critica del gioiello e da Letizia Frigerio, Direttrice del Museo del Bijou di Casalmaggiore.

I gioielli ci sono sempre stati e hanno segnato la storia, la società, immortalato momenti della nostra vita. In passato, i gioielli hanno reso uniche alcune dive del cinema che ben presto sono diventate delle vere e proprie icone di stile. Tra tutte, meritano menzione Audrey Hepburn nel celebre film “Colazione da Tiffany”. O l’adorabile Marilyn Monroe in “Diamonds are a girl’s best friend’’ con il suo meraviglioso anello ‘’Sfacciato’’. Ma ci sarebbero ancora tantissimi esempi.

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La bigiotteria al contrario della gioielleria, è sempre stata alla portata di tutti per questo la potremmo definire democratica. Questo assunto è dato dal fatto che è si è utilizzata una vasta gamma di materiali per realizzare bijou senza dimenticare l’expertise artigiano tipicamente italiano. Essa ha permesso a molte donne di poter indossare gioielli, anelli, spille e bracciali come le grandi signore. Basti pensare a come il gioiello sia stato sdoganata nella moda dalle grandi Donne dello stile come Coco Chanel che non si è mai vergognata di affermare, di indossare gioielli veri o finti. La bigiotteria Chanel è ancora oggi per molte donne un sogno e uno squisito capriccio.

Merita menzione per la grande rilevanza storica, il ‘’placcato oro‘’ inventato daGiulio Galluzzi nel 1882 a Casalmaggiore in provincia di Cremona, dove oggi sorge anche il Museo del Bijou, unico museo italiano dedicato alla bigiotteria.

L’esposizione “L’Oro Matto e il gioiello-fantasia nella prima metà del Novecento” ripercorre il periodo che va dalla Belle Epoque al dramma della guerra e spazia fino ad arrivare agli anni della dolce vita.

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Il percorso della mostra inizia dai gemelli da polso e sautoir in preziose perle di vetro murrino stile Grande Gatsby nei primi del 900; spille a “trina” di gusto edoardiano accostate a quelle degli anni 20, ispirate dai personaggi dei fumetti come il Signor Bonaventura o il neonato Micky Mouse. E se l’Italia coloniale è declinata nei bracciali e nelle spille di ispirazione africana, il periodo fascista è segnato dai richiami all’iconografia del regime e alle sue vantate glorie.

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L’esposizione comprende anche gli anni Quaranta e il periodo della guerra. In questa decade però la bigiotteria assurge ad un’altra tappa importante, infatti, guarda con attenzione e ammirazione all’alta moda e alla gioielleria. In quegli anni, a Parigi, la stilista Surrealista Elsa Schiapparelli era famosissima e ogni collezione era una vera rinnovazione e rivoluzione.

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Basti pensare all’abito a scheletro del 1938 in crepe di seta disegnato con Salvador Dalì, oppure al cappello a scarpa. Alcuni la adoravano, per altri risultava eccessivamente stravagante, altri ancora rappresentava una folle. Ma Elsa Schiaparelli  lavorò anche sulla bigiotteria e la mostra mette in luce alcuni pezzi come il “leone” della collezione Circus di Elsa Schiaparelli del 1938 e il famoso “oiseau en cage” (uccellino in gabbia) di Cartier disegnato da Jeanne Toussaint nel 1940 in occasione dell’occupazione di Parigi dai nazisti. Perché l’eccellenza artigiana, così come l’arte, serve a comunicare emozioni e sentimenti.

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Più la mostra prosegue più riesco a rendermi conto che la gioielleria ha proprio accompagnato la nostra evoluzione storica forse ancora più dell’alta gioielleria. Vengono esibite anche le collarette nate per esaltare le generose scollature degli abiti da cocktail, le spille in strass ideali a segnare gli esili giri-vita e la copia coeva della sontuosa collana che Richard Burton che comprò da Bulgari per Liz Taylor nel 1964 rendendo il sogno di un décolleté unico, alla portata di ogni donna.

La mostra si conclude con il periodo degli anni 60 e il boom economico. Questa produzione è firmata dai maggiori bijoutier italiani di metà Novecento, tra cui: Coppola e Toppo, Ornella Bijoux per Biki, (sarta milanese che ha plasmato l’eleganza della Callas), Emma Caimi Pellini e Carla Pellini, Giuliano Fratti, Ercole Moretti, Ferenaz ed i bijoux dell’archivio Ottavio Re.

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Mi sono molto emozionato a vedere questa mostra. Un mondo, quello dei gioielli e della bigiotteria, che conoscevo solo in parte e in me sono affiorati ricordi della mia famiglia, zie partite per Roma a cercar fortuna dopo la fine della seconda guerra mondiale e che successivamente hanno potuto collaborare come sarte a stretto contatto con le dive del cinema che indossavano proprio quelle meravigliose creazioni.

Addirittura, si usava acquistare riproduzioni dell’epoca come l’anello di fidanzamento di Grace Kelly. A distanza di anni ho voluto mantenere questa tradizione familiare e ho comprato un simil-anello a quello indossato da Kate Middleton appartenuto precedentemente a Lady Diana. I gioielli veri o finti che siano fanno parte della nostra vita, della nostra storia, del nostro modo di essere per farci sentire meglio, appagati ed in più c’è il desiderio, quella voglia di somigliare alle dive, che aimè è quasi impossibile ma si sa, chi smette di sognare e perduto.

 

Michele Vignali.

 

L’articolo lo trovate anche nella sessione ”Vintage-Amarcord” nel blog di Alvufashionstyle.

COCCINELLE COLLEZIONE F/W 2017/18 M.VIGNALI.

Giovedì, 2 Marzo 2017 

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Le borse rappresentano uno di quei desideri infiniti di molte donne: una non è mai abbastanza e molto spesso quando se ne compra una nuova si ha già voglia di possederne un’altra. Chissà perché sarà così? Bella domanda, a cui vorrei provare a rispondere. Ora non posso..però prometto che ci penserò. Oggi  voglio mostrarvi e raccontarvi le nuove borse firmate Coccinelle, da comprare per la prossima stagione autunno-inverno 2017- 18.

Durante la mia giornata di Milan Fashion Week ho assistito alla presentazione delle nuove borse di Coccinelle e devo dire che, come sempre, sono un sogno e che ho già adocchiato quelle che bisogna necessariamente avere.

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Per l’occasione, Coccinelle ha allestito una tavola imbandita ricca di tante cose buone, soprattutto dolci zuccherosi: molti  chiedevano se si potevano mangiare…ma alla fine si è scoperto che erano candele. Però l’ acquolina in bocca ci è venuta lo stesso: sulle alzatine al posto dei dolci vi erano meravigliose borse di forme e materiali diversi che attiravano l’attenzione a mio avviso più delle candele.

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Vi devo dire che il banchetto ideato da Coccinelle per l’occasione,sembrava quasi una di quelle meravigliose tavole che si imbandivano per gli inviti a palazzo tanto tempo fa, per quelle merende tra amiche superblasonate. Infatti… ci ho preso con il mio pronostico!  Sapete perché? La collezione prende il nome di Aristo- Street. Le borse hanno tutte un perché, un messaggio, un concetto ed una lavorazione artigianale dietro davvero pregiata e di tutto rispetto.  La collezione F/W 207-18 si articola in quattro sotto collezioni, tutte unite tra di loro da un messaggio di utilità sfarzosa, ricercata, contemporanea e moderna dal taglio però street e molto contemporaneo.  Poi ci sono i giochi di contrasto tra i modelli da design puro e tocchi di plexi lucido, tra forme tonde di selleria e pennellate fluo-pop che donano un glamour modern-retrò. Queste borse prendono forma in un viaggio elettrizzante, dove volumi e materiali si scoprono in costante movimento: tra sporty e bon ton, Oriente e Occidente. Attrazione fatale: il Giappone, sospeso tra cerimonia del tè e treni superveloci, kimono antichi e manga dolls, insegne al neon e templi buddisti. Tutto questo mood dà vita alla capsule collection: New Aristocracy.

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Sempre sul tavolo imbandito a festa possiamo ammirare meravigliosi accessori come spille, bracciali e gioielli che ci fanno subito pensare a principesse sfavillanti. Per l’appunto, si ammirano minuscole corone ricamate in oro si alternano a scacchi tartan e motivi tappezzeria Orient Express. Piccole stelle sfidano smerli, fiocchi, volant e corolle. Un allegro massimalismo esalta la qualità dei materiali e delle rifiniture. Dalla new stampa anguilla agli effetti metal lucidissimi e monocromi al vitello in grana naturale stampa “bubble”, la preziosità è in ogni dettaglio.  Il titolo di questa sessione è: Invito a Palazzo.

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Il viaggio in oriente continua e ad un tratto ammiriamo la la sensualità misteriosa delle geishe che sboccia sulla tracolla a soffietto, in pelle stampa lucertola, ambrine, tralci di fiori delicati, rubati agli obi di seta e agli ombrelli in carta di riso. La borsa iconica B14, con i suoi volumi armoniosi, esplora accordi inediti: pitone più camoscio, giochi di laminature, metallerie colorate. Femminilità è sinonimo di ricercatezza: dalle rotondità anni Settanta delle saddle bag in pelle stampa rettile allo studio dei particolari. Come la fibbia a “C” rovesciata, rivisitata in chiave design di grande purezza.  Il mood e la sessione creativa in questo caso prende il nome di Ginza queen.

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L’ultima collezione invece prende il nome di Principessa toylike. Tutto è giocoso, fresco, ultragrafico, come negli album delle supereroine giapponesi. Non tanto una doppia anima, quanto le sfaccettature nel quotidiano di ogni donna. Così la deliziosa Arlettis, piccola e compatta, proietta un arcobaleno di creatività: monocroma ma gold, scozzese ma post-punk, in suede multicolor ma psichedelica. Trionfano sacche soft e zainetti, a patto di non passare inosservati: c’è voglia di patchwork, di decori in fettuccia colorata, di colori saturi e electro-pop come il bluette o il giallo. Anche le borse ladylike osano il glitter e le superfici laminate.  Le borse Ambrine sfoderano il dettaglio in plexy.

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Piccola pelletteria, cerchietti e jewelry da principessa metropolitana completano il dress code: dappertutto, stelle, corone, pois, fiorellini, come accenti happy-rich giorno-e-sera.

Abbiamo potuto capire che le donne Coccinelle il prossimo anno saranno super cool, graziose, alla moda e sempre un passo avanti. Saranno ricercate e sofisticate ma sempre alla moda e con quel piglio di grandezza cosmopolita che non è mai fuori moda.

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Coccinelle io è felice di annunciare la nomina di Eleonora Pujia, creativi, e vita mondana milanese vinciane stouvenaker, l’elegante designer belga, come i direttori creativi del marchio di accessori moda.
Il #aristostreet autunno inverno 2017 è la loro prima raccolta, ispirato dalla strada e ‘ energia e spirito contemporaneo che colori la vita quotidiana.

Michele Vignali.

Foto prese da Coccinelle pagina Facebook.

Fratelli Rossetti presenta la collezione A/I 2017-2018 di M.Vignali.

Mercoledì, 1 Marzo 2017.

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Fratelli Rossetti presenta la nuova collezione autunno-inverno 2017-2018 con un evento a Palazzo Visconti durante la kermesse Milano Moda Donna.

 

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Stanze con soffitti altissimi, scale da sogno, arredi e divani bordati d’oro con velluto blu luminoso più dei lampadari di cristallo. In questa splendida cornice, dall’atmosfera soffusa, le modelle adagiavano su chaise longue firmate Arflex e Baxter, sistemate su tappeti realizzati a mano CC-Tapis.

L’incantevole scenografia, curata sin nei minimi dettagli, coniugava Fashion & Interior Design ed esaltava ancora di più i cappelli firmati Altalen, abbinati agli accessori in resina Mumble Mumble, in collaborazione con Annamaria Grandi.

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Appena entrato nella storica location sono rimasto incantato e inebriato da questa atmosfera regale, ricreata ad hoc in una dimensione teatrale dai Fratelli Rossetti Diego, Dario e Luca e che celebrava quasi la corte di un aristocratico milanese del Seicento.

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Ai piedi delle bellissime “nobildonne”, spiccavano le meravigliose creazioni griffate Fratelli Rossetti in cui l’accessorio gioiello, protagonista, è stato realizzato artigianalmente in diverse forme, rendendolo ancora più versatile, prezioso e fiabesco. L’espressione interpretativa dell’evento, suggeriva una “Duchessa contemporanea” e un inedito mix tra urban style e sontuosità regale. Le calzature hanno una struttura maschile che in questa occasione si rinnova con una forma più squadrata, proposta nella versione flat o su tacco medio.

I sabot must have di tendenza, anche per il prossimo inverno, vengono impreziositi dal dinamismo di piccole e squisite frange.

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Lo stile androgino del mocassino è riequilibrato da un’altezza importante. Non manca nella proposta la classica décolleté a cui l’accessorio gioiello regala una nuova dimensione. La palette di colori e i materiali hanno un mood aristocratico: i ricchi velluti sono declinati nei toni profondi ma acquisiscono brillantezza nella versione in pelle metallizzata.

La storica azienda Fratelli Rossetti fondata nel 1953 dal genio visionario di Renzo Rossetti e Parabiago è attualmente capitanata dalla seconda generazione della famiglia: i fratelli Diego, Dario e Luca.

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Una storia che ha traghettato l’azienda per due generazioni fino al 60esimo anniversario e che ha permesso al marchio di distinguersi come sinonimo di stile a livello nazionale e internazionale: una pietra miliare della più elevata artigianalità.

La nuova collezione di calzature autunno-inverno 2017-2018 dei Fratelli Rossetti proposta durante la MFW, trasmette ancora una volta, la passione, l’eccellente manifattura italiana e lo spirito imprenditoriale di un’azienda che riesce a incalzare il futuro valorizzando la storia, la cultura, le tradizioni attraverso la creatività di un passato ancora da assaporare e interpretare in chiave contemporanea ma sempre con quella sofisticata eleganza tipica di Fratelli Rossetti.

Michele Vignali.

L’articolo lo trovate anche in Alvufashionstyle.