“Sotto il Segno dei Pesci” la collezione P/E 2019 di Vittorio Camaiani Atelier

Lo stile non si forma di certo in modo immediato. Lo stile è un sentimento, un comportamento, un’arte,  un’essenza del vivere. Un interpretare con estrema naturalezza la realtà che muta attraverso la creatività, sotto forma di arte da vestire ed indossare, che più comunemente  chiamiamo abiti. Si tende molto spesso a definire tutto moda e genio, anche quando mancano alcuni ingredienti come la capacità di reinterpretare sotto la forma dell’arte da indossare, quell’arte in mostra nei musei o come quella che ammiriamo nelle antiche città. In pochi oggi riescono a migliorare se stessi ed il proprio stile, a mantenere una ritualità sartoriale, ricca di attenzione ai dettagli e così densa di legami artistici.

Lo stilista Vittorio Camaiani è tra quelli che riescono sempre a rendere unica e travolgente una collezione attraverso uno stile unico e mai banale. Quest’anno per la Primavera-Estate 2019 presenta una collezione dal titolo ‘’ Sotto il segno dei pesci’’:  è partito dai pesci del mosaico anni Trenta della Palazzina Azzurra di San Benedetto e ha puntato lontano, spinto da quell’inesauribile desiderio di scoprire nuovi lidi e da quella attenta ricerca di elementi estetici sempre diversi che caratterizzano la sua moda.

Che si legano poi ai viaggi in Grecia: Vittorio Camaiani si è lasciato rapire da quella bellezza violenta, assoluta, che caratterizza le Cicladi, da Paros, a Santorini, ad Amorgos, perle bianche spazzate dal vento e sospese in quel mare dai colori sempre diversi. E’ un viaggio simbolico dal noto all’ignoto il suo, dai luoghi conosciuti alla scoperta di isole remote che galleggiano nel blu dell’Egeo e che attraversa questa collezione con elementi fortemente evocativi. Ma il mare è anche vento e vele e le corde delle barche, elementi che ritroviamo nei completi in lino della parte giorno in cui triangoli di tessuto impalpabile si appoggiano al capo con la leggerezza di vele al vento, mentre le corde decorano bermuda azzurri e blu e chiudono pantaloni sciolti di lino color sabbia.

Motivo ricorrente di questa collezione sono i pesci, da sempre simbolo per eccellenza del mare. Sono i pesci che Vittorio Camaiani ha visto sui pescherecci dell’isola di Paros e che ha trasformato in dettagli decorativi: i pesci si appoggiano con garbo su maglie a righe di sapore marinaro, definiscono in un incrocio suggestivo l’orlo di abiti di lino, “migrano” sapientemente ricamati su cappe da sera di seta color tortora, vanno a chiudere in vita, stretti in un abbraccio e tempestati di preziosi cristalli, abiti-scultura che omaggiano l’antica Grecia, “volano” dipinti a mano su disegno dello stilista sui batik di top, pantaloni e caftani.

Nella parte esplicitamente dedicata a Santorini, Vittorio Camaiani omaggia anche l’architettura tipica delle isole greche. Le cupole delle chiese si ritrovano dipinte a mano nei batik di completi caftano dal taglio asimmetrico, le croci delle chiese vengono citate nel taglio di tute e abiti da sera in cady e duchesse e nei ricami di cristalli swarovski su abiti e pantaloni in marocaine e organza. Le tipiche scale del villaggio di Oia vengono invece riprodotte nell’orlo di gonne in lino e dell’abito da sera rosso in seta jacquard che simboleggia il celebre tramonto di Santorini. Tra le nuances marine del bianco, dell’azzurro e del blu profondo, tra il color sabbia e il rosso, questa collezione scenografica veste una donna originale e ironica, moderna esploratrice di luoghi che sono al contempo reali e immaginari, simbolo di una bellezza antica e senza tempo.

L’arte dello stilista Vittorio Camaiani è quella di saper racchiudere in una sorta d’acquario ricco di pesci e colori differenti capi che dialogano tra di loro in un’unicità profonda e mai banale. Ogni capo è studiato e interpretato con estrema aura e cura, resi unici ed inimitabili come un’opera d’arte da indossare.

Testo di Michele Vignali.

Illustrazione Omaggio alla collezione di Angela Malinconico.

Foto Alessandro Calligaro.

Riproduzione Riservata.

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#Unafotoalgiorno di Manuel Tomio. M.Vignali

Lunedì, 29 Ottobre 2018 

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Manule Tomio nel suo studio.

#UnritrattoalGiorno di Manuel Tomio.

 

 

 

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Alcuni Ritratti che trovate nella Pagina instrgam @manuletomio_portaits

Siamo l’esercito dei Selfie.

Siamo i passanti che non stanno più a guardare che non vanno oltre la superficie delle emozioni, delle storie, dei racconti si pensa, aimè, che non ci sia più nulla da dire, che tutto scorre veloce, che l’immagine dell’apparenza è quella vera, che l’intimità non conta e molto spesso la celiamo per paura di essere giudicati.

 

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Manule Tomio

Per questo forse siamo diventai un esercito di persone che si nascondo dietro una foto scattata con un telefono, postata su social per avere  innumerevoli  cuori rossi pulsanti che formano un numero alto o basso di persone che ci seguono e danno a noi un apparente appagamento,  siamo spinti a pensare che i numeri dell’apparire siano più rappresentativi di noi stessi dimenticandoci del nostro io e a volte della nostra vera identità. C’è una parte di noi che però non mente ed è il nostro volto che con mimica espressiva, chiara o scura, muta o parlante, sorridente o triste, luminoso o cupo parla per noi e di noi senza vergogna.

 

 

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Un ritratto fotografico al Giorno per 365 giorni.

#UNRITRATTOALGIORNO, si, uno al giorno per Trecentosessantacinque postata alle 20  di ogni sera sul canale Instragm del fotografo  Trentino Manuel Tomio lo porta  a catturare il volto di persone diverse, per età, professione, status sociale, esperienze di vita. Persone differenti che incuriosite da questo progetto si recano nel suo studio si siedono davanti l’obbiettivo e si raccontano come in una prima seduta psicologica c’è chi è più emozionato, chi timido, chi curioso, chi impaurito e chi spavaldo. Si siedono sullo  sgabello  assumono una posa vera o presunta , parlano e intanto il fotografo scatta l’intimità mimica e privata di un volto che si emoziona  il fotografo scatta e ferma quel tratto che diventa presto un ritratto effettivo.Lo scatto diventa un ritratto di quelli di un tempo lontano, delle suggestioni mistiche e alchemiche di unicità e fantasia che sa di scatto fotografico fatto come un tempo anche se i mezzi tecnologici sono quelli moderi e veloci dove la foto circola con la velocità futurista e digitale senza più l’attesa di vedere la riuscita della foto.

Quel’è il messaggio di questi scatti? è quello subliminale di andare oltre, oltre tutto quello che è apparenza, oltre una foto perché si chiude in essa una storia cucita in tanti piccoli gesti di apparenze  reali e profonda perché come dice Manuel ‘’ Oggi è tutto così veloce,  ma per me una foto è qualcosa di più! ’’

Seguite il fotografo Manule Tomio su Instrgam @manueltomio_portraits

Michele Vignali.

 

Le vere dieci Influencer della storia. M.Vignali

Giovedì, 13 Settembre 2018 

 

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Patty Pravo 

E’consuetudine considerare che il dieci sia il numero perfetto. Per questo motivo, proviamo a capire il percorso di dieci donne che hanno segnato a loro modo la storia, l’hanno cambiata, subìta, modificata ma soprattutto influenzata al fine di diventare, nel corso degli anni, miti e icone da emulare.

 

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Marchesa Luisa Casati Stampa 

Ho scelto dieci donne differenti per nascita,  influenza artistica, sociale, culturale ma accomunate dall’idea di un riscatto, dal desiderio di mostrare al mondo il proprio saper fare, comunicare, raccontare scrivere per le donne del passato, dell’oggi e del domani. Dieci donne che hanno deciso di apportare cambiamenti per le donne stesse e che hanno scritto, inconsapevolmente e con grande cura, pagine importanti della storia sociale, politica, di arte e di moda che  come piccole tessere di mosaici si sono incastrati, cuciti e personalizzati su di esse con grande naturalezza.

 

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Eleonora Duse 

Le storie che ho scelto,che convogliano in un unico racconto che mette in luce la loro importante e significativa influenza sono quelle della  Contessa di Castiglione Virginia Oldoini, della Marchesa Casati Stampa, di Eleonora Duse, Coco Chanel, Elsa Schiaparelli, Wallis Simpson, Marina Ripa di Meana,  Maria Callas, Marta Marzotto e Patty Pravo.

 

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Coco Chanel 

Calibrature artistiche diverse ma accomunate dal fatto di essere donne fatali, muse, icone di artisti, stilisti, musicisti, attori e scrittori che gli hanno permesso di far emergere la loro Arte, il loro linguaggio, la propria personalità differente e pungente ma estremamente riconoscibile, attraverso  un’arte sopraffina che sa parlare ancora oggi.

 

 

Marta Marzotto

Marta Marzotto 

Chi, come stilista, nel caso di Coco Chanel e Elsa Schiaparelli, che pur detestandosi reciprocamente, per la loro visione sulla donna moderna hanno permesso a molte donne di essere se stesse, emancipate, moderne, contemporanee  cercando di abbattere i cliché del maschile e femminile. Se per una l’eleganza era concentrata in un tubino nero, per l’altra era un cappello a forma di scarpa.

 

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Elsa Schiaparelli 

Oppure la contessa di Castiglione, Virginia Oldoini e la marchesa Casati Stampa, che si sono entrambe prestate ad artisti, fotografi, principi e poeti per essere donne fatali che sono state ritratte, fotografate pur di essere amate da un pubblico d’artisti vasto e camaleontico, morendo in una solitudine profonda e silenziosa e lasciando qualche racconto da rotocalco o qualche pagina di biografia condivisa.

 

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Waillis Simpson 

Eleonora Duse e Maria Callas sono accomunate da una languida bellezza, un incanto di voce e una personalità scenica che ammutoliva tutto il pubblico perché la loro arte oratoria, gestuale, mimica e grandezza di interpretare e mettere in scena il personaggio  ha permesso loro di essere amate dal pubblico ma non da un singolo uomo.

 

 

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Marina Ripa di Meana 

Wallis Simpson è stata la donna arrampicatrice, emancipata, divorziata, ribelle, pungente e anticonvenzionale, che ha messo in crisi la monarchia inglese facendo saltare teste coronate e essere detestata da tutti per la forza delle sue scelte in cui risulta essere sempre stata se stessa.

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Maria Callas 

Infine c’è un gruppo do donne italiane,  che hanno scritto pagine importanti di una Roma anni Sessanta e Settanta che guardava al grande cinema, al mondo della moda e dell’arte contemporanea del Sessantotto Italiano. Marina Ripa di Meana, Patty Pravo e Marta Marzotto. Tre donne desiderate da artisti, politici, musicisti che erano disposti a fare follie per averle. Marina Ripa di Meana era la musa di Franco Angeli; Marta Marzotto  che viveva a Palazzo del Grillo con Renato Guttuso. E poi Patty Pravo, che  in quegli anni  cantava ‘’ Tu mi fai girar come fossi una bambola’’ e sui giornali si scriveva ‘’ Patty Pravo, la fumatrice di uomini’’ .

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La contessa di Castiglione Virgilia Oldoini 

Ecco queste sono solo alcune donne, un piccolo numero che potrebbe diventare  molto più grande se continuassimo a raccontarle, capirle, amarle e seguire la loro arte. Queste sono le influencer (per usare un termine molto attuale) della storia. In loro c’era arte, moda, gusto, stile, forma, capacità intellettuali e profonde da riconoscere ed amare.  Queste donne dovrebbero essere raccontate alle piccole donne che stanno crescendo, al fine di farle crescere con l’idea che nessuno è sbagliato se un po’ surreale  fin dall’infanzia. Queste sono le vere influencer, queste sono le vere muse da seguire!

Oggi  è tutto diverso: è l’apparenza dei numeri che conta non il contenuto del racconto. Oggi conta ottenere mille follower, anche fittizi, per sentirsi appagati. Ma il mio pensiero vola alla creatività e alla gioia di vivere di donne quali Marina Ripa di Meana, con lo strepitoso cappello a gabbia, probabilmente un simbolo del proprio inno alla vita, alla libertà, alla leggerezza intesa come amore per la creatività e l’estro.

 

 

Michele Vignali.

Omaggio ai Trentanni dell’Atelier Vittorio Camaiani.M.Vignali

Mercoledì, 22 Agosto 2018
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Ogni artista compie un percorso, da vita ad una forma espressiva, sceglie con cura la sua dimensione cuce, crea, compone e scompone una staticità estetica per dar vita ad un connubio di forme futuriste e surrealisti che vogliono comporre un’opera riconoscibile e ben visibile. È artista chi dipinge se e la sua arte e allo stesso tempo è artista chi cuce la sua vita e le sue passioni in un abito che diventa ben presto il vanto di sfoggio di altre donne come simbolo di identificazione in uno stile non comune ma raffinato e sempre elegante che unisce l’arte metafisica del dettaglio al fatto a mano, vanto dell’Alta Moda. Lo stilista marchigiano Vittorio Camaiani rappresenta tutto questo:  tradizione, artigianalità, rispetto e potere conservativo di un’arte manifatturiera sempre più difficile da trovare e da valorizzare perché chi c’era con le mani è un’artista che sceglie di non scendere al compromesso delle comodità del tempo per dire con vanto leggero quello che faccio è tutto studiato, cucito, pensato da me  perché tende ad andare oltre all’idea del non realizzabile. Sono Trenta gli anni di lavoro di Camaiani che lo hanno portato a un’evoluzione catartica tra contaminazione di arti, valori, forme, colori, viaggi, ispirazioni lontane e vicine che gli hanno permesso di diventare uno stilista leggibile ed identificabile per uno stile che non vuole ‘’massificare ‘’ come la moda del momento ma rendere uniche e raffinate le sue donne come accadeva nel passato dove le clienti andavano in atelier per farsi realizzare il capo di punta e soprattutto esclusivo, per tanto ogni collezione dello stilista rappresenta un viaggio tra se stesso, tra mondi dell’arte o artisti che gli appartengono e che lo fanno sentire consapevole di creare una moda che piace ad una nicchia di persone che hanno ancora il rispetto del lavoro manuale e soprattutto Made in Italy o Made in Marche.
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Camaiani è legato alla sua terra, alle sue origini, al suo territorio che non lo vuole mai abbandonare è il suo porto sicuro che a volte evade viaggiando con la mete per arrivare alle Nuvole di Magritte e costruire una collezione di tutto rispetto, viaggia nel Seicento dell’artista spagnolo Velàzquez o all’arte più vicina a noi colorate e dirompente del futurista Giacomo Balla. Il viaggio può anche non essere solo mentale ma anche vissuto in prima persona come i sapori dall’antico Egitto di cui Camaiani ha proiettato le piramidi sugli abiti da gran sera, al Marocco della madrasa Ben Youssef, da una Venezia onirica e surreale o all’Africa coloniale.
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Oltre l’aspetto rappresentativo del viaggio vi è anche quello di un ritorno alla fanciullezza al valore primitivo della tattilità del toccare con mano un parto verde, un filo d’erba, un profumo, un gioco di luci, uno stare sdraiati a sognare tra verde e azzurro e un tratteggiare con una primitiva matita su un foglio bianco una collezione ricca di colori, di serenità, forme d’incastri felici tra sogno e staticità come la collezione ‘’ Filo d’erba’’ che è stata presentata lo scorso venerdì 10 agosto 2018 a Porto San Giorgio nella dimora Ottocentesca cornice di Villa Montanari Rosati.  Ecco allora che dal verde si passa con naturalezza al viola e poi al rosso della sera. Qua e là anche qualche pennellata di grigio, ma solo per sancire il netto confine tra città e distese erbose, ma perché, nonostante i colori della metropoli, grigia dallo smog e dal cemento, c’è sempre una “macchia verde” da qualche parte, un angolo di prato che spunta. Non importa che sia un’aiuola, un campo, una lunga distesa: potrebbe essere anche solo un pensiero positivo, un desiderio eterno di bella stagione. Tra i tessuti proposti il cachemire, presente soprattutto nei cappotti, la lana più pregiata del lanificio Bottoli, la seta, l’organza, il crepe de chine e il mikado. Camaiani è l’artista che veste più personaggi, e l’artista che cuce essenze raffinate e mistiche in una moda impalpabile come la seta o tangibile come la lana che metta in condivisone il mondo maschile e il modo femminile. La visione della danna Camaiani è sofistica, raffinata, unica e travolgente che utilizza l’arte, la bellezza e l’eleganza per dire ‘’ io oso e amo ‘’ Vittorio Camaiani sarà sempre il poeta che vestirà e valorizzerà le donne dandogli quell’appeal da musa e donna fata imparato dell’amica e musa Marina Ripa di Meana. Come spesso scrive lo stilista nei suoi racconti ‘’ Buona Vita’’ al maestro che compone note profonde essenziali.
Michele Vignali.
Foto: Alessandro Lanciotti

 

L’uomo di Oggi tra passato e storia. M.Vignali

Lunedì, 25 Giugno 2018 

 

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Lo posso dire? Me lo concedete? Ecco, io sarei un po’ stanco di sentir dire sempre le stesse cose: ‘’ questo è troppo eccessivo’’, ’’ questo non è da uomo’’ , ‘’ questo non è nuovo’’ o ‘’ l’uomo con la borsa non si può vedere ‘’!

 Cari  amici, esperti e conoscitori del fashion e della moda e non,  permettetemi di fare un breve e veloce ma soprattutto  incisivo ripasso di storia del costume, così forse, riportando alla luce qualche dettaglio, stile, colore, fotografia e forma capiremo insieme da dove proviene anche solo in parte l’idea stilistica di Alessandro Michele per Gucci. Conoscere  la storia del costume è fondamentale per capire certe cose del nostro presente in cui la moda guarda al passato per rilanciare ciò che è stato fatto in precedenza . La storia della moda uomo è complessa quanto quella  femminile. Si inizia certamente dalle più antiche civiltà viventi prima della nascita di Cristo, dove ci si copriva con pelli e pellicce di animali. In questi periodi, lo stile e le tendenze non erano ancora concepiti come tali, ma si parlava appunto di necessità e bisogni. Tuttavia, si iniziavano già ad utilizzare degli ornamenti, che fanno pensare un po’ ai nostri accessori, che erano usati come simboli per i rituali magici, o anche per classificare un certo status sociale ed economico. Perciò, anche se ancora non si parlava di moda, si iniziava già a vederla nascere spontaneamente: c’erano delle piccole borsette da uomo che si cingevano alla vita per tenere dentro sassi o punteruoli per la caccia. Facendo un salto sulla linea del tempo, possiamo arrivare ad un punto nel quale la moda uomo cominciava a lasciare un vero e proprio segno della storia: il periodo degli antichi egizi. E’ risaputo che essi hanno fatto scoperte in vari settori e, per quanto riguarda l’esteriorità,  sono stati i primi a curarsi in modo particolare ed attento.

Gli uomini si vestivano in base al  ceto sociale di appartenenza, passando dallo sfarzo e dagli accessori vistosi dei faraoni, ai pochi indumenti in lino semplici e ridotti di tutti coloro che facevano parte del popolo. In questo periodo si iniziavano a produrre anche nuovi tessuti, e gli uomini iniziavano a depilarsi ed a curare il proprio corpo tramite rimedi naturali e utensili realizzati con ciò che avevano come specchi e pettini. La maggior parte degli abiti erano formati da grossi rettangoli di tessuto e venivano avvolti intorno al loro corpo, lasciando un drappeggio fuoriuscente. Queste erano vesti che poi abbiamo rivisto in maniera simile indosso agli antichi romani e greci.

Questi erano anche i momenti della storia della moda uomo in cui si iniziavano a vedere le prime brache, che con il passare del tempo diventarono dei veri e propri pantaloni di vario genere ma per questo bisognerà attendere la Rivoluzione Francese. Per quanto riguarda le fantasie geometriche, il merito va al popolo degli assiro babilonesi, che portavano lunghe tuniche in lino a maniche corte aderenti, accompagnate da una stola che avvolgeva il loro corpo. Nei periodi successivi, il modo di vestirsi continuava ad evolversi facendo passi da gigante, ed è interessante soffermarsi al ‘700, quando in Europa le donne puntavano già a gonne a balze, mentre gli uomini avevano visto la moda rivoluzionarsi più lentamente. Infatti, i loro outfit comprendevano un perizoma aderente con sopra un gonnellino ed una cintura e talvolta indossavano scarpe con i tacchi alti (periodo del Re Sole). Si può dire perciò che questa moda era un po’ “confusa”, in quanto gli uomini indossavano spesso anche il corsetto, ricordando un po’ anche l’abbigliamento degli antichi cretesi. Sempre nel settecento, ma qualche anno più avanti, sembrava che l’Italia e la Francia facessero a gara per risultare gli Stati più eleganti in Europa. Perciò la moda uomo iniziò a diventare più sentita e più attenta. L’abito maschile si presentava in maniera meno vistosa, ma sempre molto elegante. In quel periodo ci fu una vera e propria tendenza: quella della giacca modello “redingote”, che presentava una lunghezza che raggiungeva la metà del polpaccio, abbinata con gilet e pantaloni lunghi.

La storia della moda uomo iniziava anche a mostrare di buon occhio alcuni colori che venivano considerati di prestigio, come l’oro, il verde e il color tabacco. Il trucco e gli accessori erano importanti anche per gli uomini, che facevano un vanto di bottoni con gemme, pendagli e bastoni da passeggio decorati. Tuttavia, con l’arrivo del neoclassicismo, gli abiti degli uomini divennero sempre più semplici. Nella seconda metà dell’800, anche lo sport iniziava a diventare una moda fino a che anche gli abiti iniziavano a diventare più pratici. 

Il Novecento è riconosciuto come il secolo della moda, per tutto quello che è accaduto e per le grandi novità anche per quanto riguarda la moda. Ma il primo vero importante avvenimento nella storia della moda uomo è stato probabilmente l’arrivo della camicia nella sua forma più attuale, introdotta dalla Brows Davis & Co. nel 1871 un indumento similare con colletto, ma con un diverso allacciamento, era già stato introdotto nel 1700, e anche in altre versioni in tempi più antichi. Dopodichè, nel 1926, grazie ad un cravattaio di New York di nome Jesse Langsdorf, arrivò anche la forma attuale della cravatta. Nel 1950 arrivano finalmente i jeans in Europa. In seguito, esattamente il 10 ottobre 1986, arrivò lo smoking, un’invenzione solitamente attribuita agli americani che ha cambiato completamente la moda uomo dando un tocco di eleganza in più al guardaroba maschile.

Dopo questi cambiamenti e progressi radicali, la storia della moda uomo ha continuato a percorrere la linea del tempo avvalendosi di queste basi per creare nuovi stili che riescono ad incontrare ogni tipo di personalità. E oggi la moda è personalità, ed ognuno sceglie tra i capi di tendenza ciò che si avvicina di più al proprio carattere ed umore. Attualmente si prediligono lo stile casual o l’elegante  in base alle occasioni, e si punta costantemente su capi sempre apprezzati, come ad esempio i jeans che sono sempre in voga anche per la moda uomo.

È vero che voi mi direte che sto parlando di tempi molto lontani e che forse non torneranno più. Ma se un certo modo di abbigliarsi è cambiato e oggi fa scandalo perchè non viene ritenuto idoneo è perché la società e la storia sociale li ha modificati, cambiandoli e facendo apparire certe cose fuori luogo, e poco maschili. Questo linguaggio ci viene in eredità nella prima parte della rivoluzione francese e durante la seconda parte del ventennio fascista, che ha marcato con netta distinzione la moda maschile e femminile. L’uomo deve essere virile e come tale deve abbandonare ogni orpello. Pertanto se oggi Gucci ci appare fuori moda o eccessivo e perché il nostro occhio non è più capace di ritenere quella  moda uno stile. Questo è per far capire  che se vediamo look ricercati, raffinati e ricchi d’orpelli, cerchiamo di non  “guardarli  dalla testa ai piedi come alieni scesi da marte sulla terra”, ma come persone che vogliono distinguersi attraverso uno stile (un po’come hanno fatto i nostri predecessori), che va salvaguardato nel momento in cui la moda ci vuole in parte massificare.

 

Michele Vignali.

 

 

 

Il Royal wedding di Harry E Meghan. M.Vignali

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Meghan in Givenchy Disegnato dall’illustratrice Angela Malinconico. 

Ci sono  favole d’amore che, leggendole,  si vorrebbero viverle. Ci sono quelle che vengono scritte e recitate. E poi ci sono quelle favole che si realizzano emanando   una grande magia, un sogno ad occhi aperti che talvolta si realizza.

Era questo che da piccola  sognava, da sempre, Meghan Markle e che  gli eventi della vita hanno reso realtà. Ha indossato l’abito bianco, ha trovato il Principe azzurro, ha calzato  la scarpetta di Cenerentola, scansato i fratellastri e le malelingue scrivendo un nuovo capitolo della storia  e della monarchia inglese.

 La storia d’amore tra Harry e Meghan è stata coronata da un matrimonio da favola non troppo spumeggiante e ridondante, una cerimonia solenne che scorre veloce, ricca d’amore, di sguardi, tenute di mano, di sorrisi e occhi lucidi. Un amore nato poco meno di due anni fa che ben presto li porta a convolare alle nozze. Harry lo scapestrato, il ribelle, il ragazzo dai capelli rossi mette la testa a posto e s’ innamora di una borghese americana, afroamericana, divorziata e con una famiglia ingombrante alle spalle. Di lei si parla sempre della sua famiglia perché fa gossip e fa vendere i giornali, di lei non si scrive quasi mai che è una femminista convinta, che si è fatta battagliera di cause importanti.  Harry e Megan entrambi ribelli ma uniti da una grande complicità e da un grande amore che si è visto negli sguardi compiaciti e passionali del matrimonio, nelle tenute di mano e nei sorrisi lucenti e ricchi di bellezza infrangendo le regole di corte.

Il matrimonio dell’anno, il loro, si è svolto nel castello di Windsor dove lei ha varcato da sola la soglia della St. George’s Chapel segando anche qui un nuovo capitolo ossia il fatto che non si era mai vista una donna sola arrivare al altare, indossa un semplice e minimalista abito bianco firmato dalla stilista Clare Waight Keller, prima donna  designer del marchio francese più famoso Givenchy: una scelta,questa, che sa anche di femminismo e di fiducia nel potere delle donne. Abito bianco, scollatura a barca, maniche lunghe a 3/4 come richiede il protocollo reale, corpetto super clean, punto vita ben segnato dalla linea a clessidra e velo, lungo 5 metri, leggerissimo e quasi impalpabile, solo lievemente ricamato lungo i bordi. Un abito in cady di seta che ci azzarderemmo a definire neo-minimal, perfettamente in linea con lo stile easy ma sofisticato che caratterizza Meghan. Firmate Givenchy Haute Couture anche le scarpe bianche in duchesse di seta e gli abiti delle sei damigelle. La tiara che trattiene il velo, invece, è la cosiddetta tiara Queen Mary, appartenuta alla regina Maria, moglie di Giorgio V e nonna della regina Elisabetta: fu realizzata nel 1932, inglobando al suo centro un fermaglio datato 1893. I discreti orecchini e il bracciale rigido tempestato di diamanti al polso di Meghan sono, infine, Cartier. Il velo rappresenta la flora caratteristica di ciascuno dei 53 paesi del Commonwealth, in una sorta di bouquet continuo altamente simbolico: un’idea nata da un preciso desiderio espresso proprio da Meghan. Che ha aggiunto, di sua iniziativa, due ulteriori fiori: un calicanto d’inverno, come quelli che crescono davanti al cottage di Kensington Palace dove lei ed Harry andranno a vivere, e un papavero della California, per non dimenticare le origini statunitensi della sposa. Il bordo del velo, dunque, è ricamato con fiori realizzati a mano in fili di seta e organza, ricamo per il quale le sarte hanno lavorato centinaia di ore, osservando l’accortezza di lavarsi continuamente e con attenzione le mani per non correre il rischio di sporcarlo. È perfetta in quel minimalismo raffinato, composto, pacato e mai fuori luogo. Ad alcuni la scelta non piace perché dicono troppo semplice e non vi è dunque il sogno. Altri sostengono che la scelta sia stata presa per mettere a tacere le malelingue e altri ancora credono che sia stata una scelta dettata e di marketing. Poco importa, perché lei era perfetta, Harry era emozionato, e tutti lo ammiravano. Questo abito entrerà nella storia e state certi che tra qualche mese tutte le spose lo vorranno, perché si sa che la monarchia inglese oggi funge da vera influencer.  Il suo ingresso ha lasciato tutti di stucco, ci ha stupito ma ci ha fatto sognare: quante di voi vorrebbero sposare un principe? Tutte! E lei ci è riuscita,  conquistando il ribelle Harry del Galles che con i suoi capelli rossi e la barba folta ha fatto breccia nel cuor di Megan.

In tutta la cerimonia è aleggiata la  presenza di Lady Diana, spesso oggetto di  paragone:lo si scrive e lo si vuole a volte forzare ma credo che sia più Kate Middleton ad assomigliarle mentre Megan, personalmente, la trovo più vicina a Wallis Simpson. Quello che certamente non può mancare è l’amore che tutta l’Inghilterra, e non solo, ha verso di lei, andata via troppo presto e strappata  all’affetto dei suoi figli.

Una cerimonia ricca di canti (stupendo il canto Gospel) raffinata, semplice e non opulenta come è nel loro stile, di persone che vogliono abbracciare la folla e non seguire troppo le imponenti regole dell’etichetta della monarchia inglese.

Questo matrimonio ci ha fatto sognare. Ci ha reso partecipi della storia, ce l’ha fatta vivere e ci ha emozionati. L’amore unisce, fortifica, ci rende immuni al dolore. Dove c’è amore c’è positività, perché l’amore vince su tutto, anche sulle ferree regole di corte e sul cuore di Queen Elizabeth, che ha permesso all’adorato nipote di sposare una donna diversa da come tutti se l’aspettavano. Viva l’amore, il sogno, viva la bellezza, viva la Regina e viva questo Matrimonio!

Omaggio dell’illustratrice Angela Malinconico a Meghan diventata  duchessa di Sussex.

Michele Vignali

L’Arte di Vittorio Camaiani. M.Vignali

Lunedì, 26 Marzo 2018

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Foto di Carlo Tosti 

Le ultime passerelle delle Fashion Week di Milano e Parigi hanno dimostrato il fatto che forse non dovremmo più scrivere di una sola tendenza bensì di molteplici tendenze, di citazioni e suggestioni che vanno dal proprio io interiore dello stilista a connubi artistici che si compongono in abiti che si fanno messaggeri di questo stato di meravigliosa confusione creativa che deve saper parlare più lingue e acquisire un mercato continuativamente più vasto e frenetico. Perché, come sempre accade, la moda rispecchia i fattori storico-sociali di una nazione che oggi viaggia a colpi di like, influencer e fotografie che viaggiano alla velocità della luce o forse di un nanosecondo. Allo stesso tempo però ci sono stilisti che hanno ben chiaro cosa  vogliono le donne, cosa significhi rappresentare uno stile e poter permettere ad esso di parlare anche a distanza di anni lo stesso linguaggio :  quello dell’eleganza e della raffinatezza, fatta di dettagli, ricerca, legami artistici citati o espressamente riprodotti in una logica di portabilità estetica unica,  perché l’abito non deve solo vestire e coprire ma deve permettere ad una donna di sentirsi protagonista di quella storia ed interprete di quella determinata fantasia creativa.

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Foto di Carlo Tosti per la Collezione Marina P/E 2018 

La composizione di un capo è come l’incastro di un mosaico: tutto deve corrispondere alla logica del gusto estetico  che non è mai banale e fuori moda. Ogni pezzo di tessuto è cercato, costruito, inserito con estrema attenzione e cura. Ogni collezione svolge un tema, lo racconta, lo cuce, lo esalta o lo stravolge, lo fa con cura e dedizione, riflessione e meditazione che danno origine a capi che miscelano più forme d’arte, da quella del Futurismo ai sapori dei viaggi in Oriente. O i colori e le forme  che danno vita a capi dedicati all’ultima grande diva  Marina Ripa di Meana, icona di stile eclettica e per molti versi pungente. Ma chi la conosceva bene sapeva che coesistevano una Marina Personaggio e una Marina intima che pochi conoscevano.

 

Vittorio Camaiani foto di Carlo tostui

Foto di Carlo Tosti per L’atelier per un Giorno a Roma di Vittorio Camaiani a Roma.

Vittorio Camaiani entra in punta di piedi nella moda, crea e realizza abiti che sono femminili al punto giusto, seducenti ma non scandalosi: ripercorrono luoghi comuni come il maschile e il femminili che s’ incontrano in tessuti diversi e danno vita a dialoghi profondi ed intimi che non litigano.  Infatti vanno d’accordo come se si abbracciassero in un pensiero di eterno amore, abbandonando stereotipi che cercano solo di incasellare persone in gabbie. Ogni capo è diverso, curato nei minimi dettagli e particolari, ogni collezione può viaggiare insieme o staccata si può unire anche a quelle precedenti. La moda di Vittorio Camaiani  è un teatro fatto di una rappresentazione da palcoscenico lirico che quando chiude il sipario e torna nell’intimità del suo io e  va alla ricerca di altri viaggi per comporre un’altra delicata opera  che cade con cura sul corpo come una raffinata musica di Mozart.

Michele Vignali.

Foto di Carlo Tosti.